giovedì 14 settembre 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Memorie perdute (ZCSC206)


Il duecentoseiesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor con il ritorno di Rocky Thorpe, nonché la prima parte della storia “A volte ritornano”.


L’ULTIMO COMBATTIMENTO

Un grande torneo di boxe sta attirando a Portville numerosi pugili da tutta la regione e dagli Stati confinanti. Tra questi, c’è il giovane Fred Balance, promettente allievo di un campione ormai ritiratosi dal ring, Rocky Thorpe, una vecchia conoscenza di Zagor e Cico.
Ma l’incontro con l’amico e il clima di festa che regna sulla cittadina si trasformano ben presto in una drammatica avventura per lo Spirito con la Scure, chiamato a fronteggiare l’improvvisa ostilità degli Oneida, fino a poco prima pacifici ma ora sobillati dal guerriere Pugno Nero, e a cercare di debellare una banda di trafficanti che rifornisce di armi e whisky gli indiani.
Come se non bastasse, qualcuno trama contro Balance perché perda l’ultimo combattimento, quello per cui è favorito: Cletus Serverance, un ricco uomo senza scrupoli, ha fatto rapire la figlia del pugile favorito per la vittoria affinché perda l’incontro e gli faccia guadagnare un sacco di soldi scommettendo sull’avversario.
Impegnato su due fronti, Zagor indaga per ritrovare la ragazza rapita e lotta per impedire che un nuovo carco di fucili e di whisky giunga agli indiani. Riuscirà in entrambi gli intenti, riportando la piccola Jenny al padre prima della fine dell’ultimo combattimento, sconfiggendo in duello Pugno Nero e liberando Portville dagli intrallazzi criminali di Severance.
Rocky Thorpe e Fred Blance decidono di ritirarsi dal mondo della boxe, ritenendolo frequentato da troppe persone disoneste, ed acquistano una piccola fattoria nei pressi della cittadina.

In questa terza avventura sceneggiata da Diego Paolucci per lo Spirito con la Scure (dopo Neve rossa del 2004 e Il sepolcro dello stregone del 2009) assistiamo al ritorno di Rocky Thorpe, il pugile che era stato sconfitto da Zagor nel lontano Sfida al campione (nn. 183/184) e che poi era diventato suo amico.
Il soggetto presenta elementi classici del filone “avventure di frontiera”, un genere di storie che fanno parte della tradizione zagoriana quanto quelle horror, fantastiche o fantascientifiche: qui abbiamo le tribù in rivolta, i mercanti d’armi e di whisky ed il torbido ambiente del pugilato.
Paolucci sembra sia a suo agio nell’elaborare trame che presentano all’eroe una “doppia minaccia” (già in Neve rossa, c’era il duplice pericolo della neve e dei banditi e indiani insieme), e in questo caso mescola la classica trama dei pellerossa imbruttiti dall’alcool con quella di due pugili coinvolti in una brutta faccenda di rapimento e ricatto.
Purtroppo la storia non riesce a decollare del tutto.
Il personaggio di Rocky Thorpe godeva di notevoli potenzialità inespresse. La storia che lo aveva fatto debuttare nella saga zagoriana aveva utilizzato l’ambientazione pugilistica in chiave sostanzialmente di commedia: con questa avventura si potevano evidenziare altri registri e certamente la durezza dell’ambiente pugilistico ottocentesco avrebbe potuto ispirare una vicenda drammatica e di spessore; per non parlare del rapimento della bambina, un tema che, se gestito adeguatamente, avrebbe generato tensione nel lettore.
Invece la narrazione scorre sobria, pulita, senza sbavature né pesantezze ma non riesce a coinvolgere pienamente. Nella seconda parte, poi, Paolucci punta tutto sull’azione (presentando, se non altro, uno Zagor indomito e buone sequenze di lotta) ma lascia in secondo piano Thorpe e l’ambiente del pugilato. Comunque mi è sembrata azzeccata la scelta di presentarci il Bisonte del Missouri in versione “matura”, divenuto ormai allenatore e manager di un giovane talento.
I disegni di Alessandro Chiarolla sono sempre di alto livello, dinamici e fluidi; i volti dei personaggi hanno una grande espressività che evidenzia bene le emozioni provate dagli stessi.

                                                                                      * * *


LA PROGENIE DEL MALE

Una frana, causata dalle forti piogge, riporta alla luce l’ingresso di una caverna che avrebbe dovuto rimanere celata per sempre, mentre una strana e minacciosa visione fa tornare a Zagor la memoria su eventi lontani che erano stati cancellati dalla sua mente. Lo Spirito con la Scure si trova improvvisamente coinvolto in una drammatica avventura, sospesa fra passato e presente, costretto ad affrontare una minaccia creduta sepolta e a prepararsi per nuovi, drammatici eventi che si annunciano per l’imminente futuro.
Una frana ha infatti riportato alla luce un’enorme cavità sotterranea, denominata l’Abisso Verde, dalla quale tanto tempo prima era uscito una sorta di mostruoso dinosauro che era stato ucciso da Zagor, il quale ne aveva poi sigillato la grotta di accesso. Dal suo fondo ora emergono altre creature mostruose.
Zagor, accompagnato da Cico e da un gruppo di indiani Oneida, discende nell’abisso per scoprire che cosa vi si nasconda. Intanto, dal passato dello Spirito con la Scure, i frammenti di una memoria che gli era stata cancellata dalla sciamana Shyer tornano a galla, creando un inquietante collegamento con il presente: i ricordi che riaffiorano sembrano infatti legati proprio al segreto celato nella grande caverna.
Dopo aver affrontato mostri giganti di diverso genere (pipistrelli, un serpente d’acqua, degli insetti e dei draghi – i cosiddetti Unktehi – uno dei quali era stato sconfitto da Zagor nell’avventura Darkwood Anno Zero) Zagor raggiunge un’antica città tecnologica che si rivela essere un avamposto di Mu, l’antica civiltà che si contendeva con Atlantide il controllo del pianeta, dove vengono “allevati” i mostri giganteschi in vista della guerra contro Atlantide.
Giunto al centro di comando della città, Zagor riesce ad entrare in contatto con l’intelligenza artificiale che governa l’avamposto (grazie a una lingua sconosciuta insegnatagli dalla sciamana  Shyer e ora tornatagli alla memoria), convincendola a smettere la sua attività poiché ormai la guerra tra le due civiltà è terminata da millenni.
L’avamposto, allora, si autodistrugge e Zagor e i suoi compagni fanno appena in tempo a mettersi in salvo prima che l’abisso e quanto contiene collassi su se stesso. Al termine assistiamo a un ultimo scorcio del passato di Zagor e Shyer, dove questa rivela che egli avrà un ruolo importante nel continuare la guerra contro le creature antiche che minacciano la terra. Quando verrà il momento, Zagor sarà pronto (come successo in questa avventura) e potrà decidere se combattere o no questa guerra infinita.

Ci troviamo a mio parere di fronte ad una storia “anomala”, in molti sensi, che al suo apparire nelle edicole ha suscitato commenti contrastanti tra i lettori.
Intanto v’è da dire che si tratta di una storia di “collegamento”, ideata per fungere da prodromo alla prossima trasferta sudamericana. Ma non solo.
La sua funzione di “collegamento” è ancora più significativa in quanto mette ordine nel passato zagoriano con agganci filologicamente raffinati a molteplici storie del nostro eroe: dalla remota L’abisso verde, alle più recenti Darkwood Anno Zero, Le sette città di Cibola e Il mistero dell’unicorno.
A mio parere, già solo il ritorno all’abisso verde e l’approfondimento sulle origini del mostro di quell’avventura varrebbe un plauso, ma ad arricchire il tutto abbiamo anche le visioni di Zagor e gli echi dal passato che emergono pian piano, generando tante supposizioni per il futuro dell’eroe che tengono col fiato sospeso.
Riuscire a ricollegare diverse storie pubblicate a decenni di distanza, rendendole parte di un unico grande disegno (naturalmente non voluto all’origine), senza snaturare nessuna di esse era un’opera non facile: ma Moreno Burattini la realizza ottimamente, centrando il bersaglio e creando una sorta di continuity che, a ben vedere, fa di Zagor un fumetto molto più moderno di quello che taluni possono pensare.
Burattini riesce a coinvolgere il lettore con continue citazioni e con una sceneggiatura “all’antica” che utilizza fortemente le didascalie ma al contempo scorrevole, con un eroe impavido, un pizzico di mistero, scenari sia avventurosi che tecnologici ed una conclusione inquietante, poetica e spettacolare.
In questa vicenda vengono sapientemente amalgamati tra loro diversi elementi fantastici, creando una sorta di affresco dove Zagor, fedele al proprio ruolo, è pieno protagonista ma dove non tutto viene – volutamente – spiegato fino in fondo. La storia, infatti, viaggia su due piani differenti ma uniti da un comune denominatore: Zagor! È lui infatti il predestinato che, grazie all’aiuto della sciamana Shyer, è stato scelto per combattere una “grande minaccia” che dovrà affrontare in terre lontane e da cui dipenderà il futuro del mondo. Il riferimento all’eterna lotta tra gli Unktehi e gli Uccelli Tuono è palese, visto che sia Shyer che Zagor sono stati “scelti” per questo scopo sia pure in luoghi e tempi diversi.
La progenie del male è una sorta di storia-manifesto, un “mostrare le intenzioni” (le sequenze visive del futuro prossimo stanno a dimostrarlo) che permette di far comprendere, sia al lettore abituale che a quello occasionale, come il bello debba ancora venire e come sia lecito aspettarsi molti colpi di scena nelle storie future.
Per quanto riguarda i disegni, Massimo Pesce è migliorato rispetto alle sue ultime prove. Se alcune tavole presentano poca cura dei dettagli, altre sono invece davvero spettacolari: la lotta con il serpente gigante, l’apparizione della città sommersa, il laboratorio con i sauri.
Alcuni primi piani di Zagor sono di qualità altalenante, mentre stupenda è la resa grafica di Shyer.

Concludo riportando qui di seguito la sceneggiatura di Moreno Burattini della tavola n. 32 dell’albo A volte ritornano perché la possiate confrontare con il lavoro finito:

TAVOLA 32

Vignetta 1

Kiab fa cenno a Sapaw di fermarsi. L’inquadratura lo mostra frontale a pochi passi dal ciglio dell’abisso che si vede a pagina 72 del TuttoZagor n. 13 “L’abisso verde”, ma l’abisso qui non si vede, si vede soltanto il ciglio (il resto è in basso fuori campo, lo vedremo subito dopo). Luminosità dal basso, davanti a loro.

KIAB - Fermo! Qui davanti a noi la galleria finisce in un crepaccio! E il suolo è viscido! Meglio avvicinarsi con cautela per guardare di sotto!

SAPAW - !

Vignetta 2

Kiab e Sapaw di spalle si affacciano all’abisso davanti a loro, ma essendo noi lettori dietro, ancora non vediamo quello che vedono loro.

KIAB - Guarda! E’ da qui che giunge la luce verdastra di cui vedevamo il chiarore!

SAPAW - Woah! Ma è incredibile!

Vignetta 3\4\5\6

Doppia striscia.

Vignettone spettacolare e panoramico ispirato alla vignetta 4 di pagina 72 del TuttoZagor n. 13 “L’abisso verde”. Se guardi quella vignetta di Ferri capisci subito come sia facile e suggestivo “ingrandirla” (cambiando inquadratura, o anche lasciando la stessa) in modo da ricreare la stessa suggestione del formato a striscia nel quale uscì quella storia originariamente, potendo sfruttare le potenzialità del formato più grande di cui disponiamo oggi. I due giovani pellerossa si affacciano a guardare verso il fondo.

SAPAW – E’ un vero e proprio abisso! Un ABISSO VERDE!
 

giovedì 7 settembre 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Il seme della follia (ZCSC205)



Il duecentocinquesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor a Windy Rock, la storia completa “Uomini senza legge”, nonché le prime pagine della storia “Il grande torneo”.


UOMINI SENZA LEGGE

Zagor, Cico e il loro amico sceriffo Jim White, con un gruppo di uomini ai suoi ordini, sono sulle tracce di una banda di sanguinari rapinatori, guidati dallo scaltro Sharp, in fuga dopo il loro ultimo colpo. Dopo essersi divisi in due gruppi, la caccia si trasforma in un  viaggio nell’incubo, quando alcuni fuggitivi e gli inseguitori capeggiati dallo scriffo giungono a Truth, un villaggio nelle mani di un folle predicatore, padre Bloom, a capo di una setta di invasati.
Il reverendo Bloom e i suoi adepti, dopo aver messo le mani sul bottino del fuorilegge Sharp e fatto fare una brutta fine alla sua banda, sono decisi a non restituirlo allo sceriffo White.
Anche Zagor e Cico, intenzionati a ricongiungersi all’amico Marshall dopo avere eliminato i componenti della banda che inseguivano e recuperato parte del bottino, arrivano al villaggio dei folli e lì si accorgono di dover lottare per salvare non soltanto la propria pelle, ma anche quella dei due unici innocenti tra gli abitanti della valle, il piccolo Josh (un bambino sordomuto ma dotato di improvvise e involontarie “premonizioni”) e sua madre Shana.
A complicare la faccenda c’è anche il bandito Sharp che non è affatto morto come crede Bloom: lo Spirito con la Scure dovrà contare su di lui per uscire vivo da una situazione che si fa via via più drammatica.
Grazie all’aiuto di Sharp (che è sì un bandito ma non un assassino) e all’intervento risolutivo degli indiani Seneca (perseguitati a suo tempo da Bloom) il reverendo e i suoi seguaci vengono sterminati; a Sharp viene concessa una possibilità di redenzione, rimanendo a rifarsi una vita insieme a Shana e al piccolo Josh.

Dopo averci accompagnato fra i misteri di un “orrore sepolto”, questa volta Jacopo Rauch ci regala una bella storia prettamente di genere western, imbastendo una trama ancora una volta imperniata su una molteplicità di personaggi estremamente “vivi” e capaci di emozionare il lettore a più livelli (a volte affinità, a volte sospetto, ma anche condanna e vergogna).
Una vicenda piena d’azione, resa ottimamente dai pennelli di Raffele Della Monica, perfettamente adatti agli ambienti ivi descritti (sia cittadini che boschivi).
Tra i coprotagonisti, spiccano sicuramente il bandito Sharp e il predicatore Bloom. Il primo ricopre bene la figura dell’antagonista/alleato, malvivente ma dotato di un proprio senso dell’onore; il secondo, invece, non lo si può non disprezzare: forse non tanto perché veramente cattivo, ma perché “interpreta” i dettami di una religione che dovrebbe insegnare l’amore “piegandola” ai propri biechi fini di potere, ricchezza e sadismo.
Molto “nolittiana”, infine, la possibilità di redenzione offerta da Zagor (in modo alquanto scettico, in verità) al bandito Sharp, che con la positiva vicinanza di Shana e Josh potrà riscattarsi da suo passato criminale.

In chiusura, riporto alcune risposte date da Jacopo Rauch alle domande dei forumisti di SCLS in merito a questa storia.

A chi gli faceva i complimenti per le sue sceneggiature e per il suo “sodalizio zagoriano” con Raffaele Della Monica e gli domandava se per il reverendo Bloom si fosse ispirato a qualche personaggio in particolare, Jacopo rispondeva:

Grazie per i complimenti, anzitutto. Sono contento che la mia modesta produzione abbia i suoi fans. Annoto con grande piacere.
Brevemente, su Uomini senza legge, ritengo che Della Monica abbia contribuito non poco alla sua riuscita. Passo a lui gran parte dei meriti e auspico fervidamente di rilavorarci insieme quanto prima.
Su Zacary Bloom. Che devo dirti?
1) Non so da dove derivi questo mio gusto, ma trovo affascinante la figura letteraria del predicatore. In particolare quella del predicatore-guerriero.
2) Trovo poi particolarmente detestabili i fanatici religiosi d’ogni credo (siano essi in buona fede o ipocriti).
Dalla sintesi delle due cose nasce (e muore) Zacary Bloom. Personaggio odioso, che però mi affascina.
Per definirlo, direi che ho attinto da varie figure che compaiono qua e là in letteratura e film, ma non mi sono ispirato a nessuna in particolare. Comunque, non a Preacher (quello de L’Angelo della Morte), con il quale Bloom mantiene una differenza fondamentale. Preacher è uno psicopatico, mentre Bloom è un lucido malfattore”.

A chi osservava che in questa storia era stato molto “nolittiano” ma criticava l’ultima vignetta che a suo parere imitava troppo quelle “alla Tex” (con la battuta di Zagor a Cico mentre galoppano: “Le vie del Signore sono infinite”), lo sceneggiatore rispondeva così:

In realtà tutta la storia è molto atipicamente western per essere Zagor (col nostro eroe a cavallo a inseguire rapinatori di banche). Il finale, con una bella galoppata nel sole morente, mi sembrava adeguata allo stile del tutto. Diciamo che ci stava”.

lunedì 4 settembre 2017

Una macchina per scrivere davvero speciale (visita alla redazione del 29.08.2017)




Macchina PER scrivere o macchina DA scrivere?
Ricordo perfettamente la mia professoressa di italiano delle scuole medie che insisteva molto sul fatto che la locuzione giusta fosse quella con la preposizione PER.
Consultando il sito dell’Accademia della Crusca ho scoperto che i dilemma ‘da o per scrivere’ nasce dall’opinione che espressioni costruite con un sostantivo seguito da DA + INFINITO, come appunto macchina da scrivere, debbano interpretarsi in italiano come equivalenti a ‘macchina che deve essere scritta’ e non a ‘macchina con cui si scrive’ o ‘macchina che serve a scrivere’. In altri termini, la preposizione DA seguita da INFINITO conferirebbe al verbo valore passivo e all’intera espressione un significato di ‘necessità’ e non una configurazione di fine o scopo. Quest’ultima sarebbe invece correttamente espressa dal costrutto formato con PER + INFINITO. Da qui l’idea che accettare l’uso di macchina da scrivere in luogo della “più corretta” alternativa macchina per scrivere sia una concessione all’illogicità della lingua parlata.
In realtà la preposizione da (che come tutte le preposizioni è polifunzionale, serve cioè ad esprimere molti e diversi significati) annovera fra i suoi valori anche quello di fine o scopo e non conferisce necessariamente all’infinito un valore passivo. Più precisamente, sia quando è seguita da un infinito che quando è seguita da un sostantivo, la preposizione da può essere usata per indicare lo scopo, la destinazione dell’oggetto di cui si parla, l’uso o la funzione a cui esso è adibito. Pertanto, forme come macchina da scrivere o da cucire sono, oggi, pienamente accettate.
Comunque, personalmente continuo a preferire la locuzione “macchina per scrivere”, che ho utilizzato nel titolo di questo post.

Perché questa lunga premessa? Perché martedì scorso, approfittando degli ultimi giorni di vacanza, mi sono recato a Milano con mia figlia Beatrice che voleva fare un giro in S.B.E. e salutare Moreno Burattini e in quell’occasione ho potuto fotografare, tra le altre cose, la mitica macchina per scrivere di Giovanni Luigi Bonelli, quella su cui hanno preso forma concreta tantissime storie di Tex e di molti altri eroi!

Ecco a voi tutte le foto scattate durante la visita:

Moreno Burattini e Beatrice
con gli ultimi numeri di Zagor e Cico

Moreno Burattini in pizzeria

Un tronchetto di legno con Zagor e Cico
realizzato da un appassionato

Giorgio Giusfredi e Beatrice
con il prossimo numero di Dampyr da lui sceneggiato

Due tavole di Alessio Fortunato
per una storia in lavorazione di Dampyr
sceneggiata da Giorgio Giusfredi

Beatrice vicino ad uno dei juke-box di Sergio Bonelli

Beatrice e Dylan Dog

Beatrice e Moreno Burattini nei corridoi della S.B.E.


Due graziosi quadretti riproducenti le tavole
dell’albo Cico Story

Una pagina di sceneggiatura originale di Gianluigi Bonelli

Ed ecco infine la mitica macchina per scrivere di Gianluigi Bonelli,
con disegni fatti di suo pugno su tutto il coperchio esterno!




Per ora è tutto! Vi do appuntamento ad un prossimo articolo
nel quale parlerò delle “voci di corridoio” che ho captato qua e là
in merito alla prossima annata zagoriana…

giovedì 31 agosto 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Il villaggio fantasma (ZCSC204)





           Il duecentoquattresimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor e lo specchio nero, nonché la prima parte della storia “L’orrore sepolto”.

 


L’ORRORE SEPOLTO

Zagor e Cico, mentre attraversano le Gray Mountains, salvano Verybad  e il tenente Leigh dall’agguato di tre banditi. L’ufficiale sta scortando il professore al campo minerario di Windy Rock, per indagare sul ritrovamento di un misterioso oggetto metallico di grandi dimensioni, scoperto dai minatori sepolto sotto la roccia. Una spedizione scientifica, guidata dal professor Roderick, era stata inviata sul luogo alcuni mesi prima, ma l’arrivo dell’inverno aveva interrotto le comunicazioni.
Per raggiungere Windy Rock, Zagor e gli altri salgono sul primo treno in partenza dopo il disgelo primaverile, lungo una linea che si inerpica sulle montagne. Con loro ci sono Lassiter, capo dei vigilantes della compagnia mineraria, con quattro uomini ai suoi ordini; lo sceriffo Curren che scorta il bandito Dubin da lui arrestato; l’avventuriero disilluso Syd Albright con la compagna Coralee e i gemelli McClure, due minatori che hanno fatto fortuna.
Lungo i binari, viene trovato un trapper che sembra contagiato da uno strano morbo... Giunti al campo minerario di Windy Rock, lo trovano abbandonato e devastato. Nel frattempo il trapper che avevano soccorso si trasforma in un orribile mostro che li attacca, ma viene prontamente ucciso. Allo stesso modo sono stati trasformati in orribili mostri tutti i membri della spedizione scientifica che si erano recati lì.
Zagor e gli altri scoprono un gigantesco oggetto (apparentemente un’astronave aliena) sepolto sotto la montagna. È questo oggetto che ha trasformato tutti i membri della spedizione in orribili mostri. Questi attaccano i nuovi arrivati e loro, per potersi difendere, non possono far altro che far esplodere la montagna che crolla addosso al manufatto alieno.
Della spedizione si salvano solo Zagor, Cico e Verybad.
Qualche tempo dopo, alla base di “Altrove” a Philadelphia, scopriamo che il sigillo di Dagon, il manufatto che Zagor riportò dalla sua avventura nel Mar dei Sargassi, è composto dello stesso strano materiale di cui era costruito l’orrore sepolto di Windy Rock…

Bella storia horror/fantascientifica di Jacopo Rauch, con una sceneggiatura praticamente perfetta nonostante il soggetto non sia certo originalissimo: abbastanza evidenti (anche se, probabilmente, non espressamente volute) le rassomiglianze con il film La cosa di John Carpenter e con il romanzo Le creature del buio di Stephen King (il manufatto/astronave sepolto nella montagna che provoca mutazioni nelle persone), nonché i richiami alla narrativa lovecraftiana (in particolare al racconto Le montagne della follia).
Perfetta la gestione dei personaggi principali e della folta galleria di comprimari, tutti ben caratterizzati grazie a dialoghi moderni, brillanti e coloriti, a volte anche “ricercati”; interessanti i rimandi espliciti allo story-arc atlantideo; belli i riferimenti nolittiani a Hellingen, lo Skylab, il monte Naatani e gli Akkroniani (seppur solamente in un sogno di Cico).
Zagor si “muove” benissimo: deciso, presente a se stesso, sa sempre qual è la miglior decisione da prendere, fermo e deciso (autenticamente “nolittiano”) quando si rifiuta di lasciare la zona perché deve assolutamente cercare di fermare quei mostri, anche da solo se tutti gli altri volessero andarsene!
Ben tratteggiato anche il personaggio Verybad, non in versione “scienziato pazzo” ma in quella di “serio studioso”, le cui conoscenze scientifiche si rivelano quanto mai opportune, dotato altresì di notevole coraggio, grazie al quale non esita a rimanere al fianco di Zagor per aiutarlo nello sconfiggere i minacciosi esseri.
Ottima anche l’idea di ricollegare la storia, nel suo epilogo, a quella di Terrore dal mare: in quella precedente avventura, infatti, l’oggetto che si vede alla fine di questa storia sembra essere la causa di una serie di mutazioni genetiche degli abitanti di Port Whale e di un terrificante mostro dai mille tentacoli conosciuto nelle leggende nordiche come “Kraken”. Non a caso le mutazioni più evidenti dei soldati de L’orrore sepolto sono dello stesso tipo, trattandosi, appunto, di tentacoli. Rauch si riallaccia così ad alcune delle più belle storie “boselliane” ed aggiunge un nuovo tassello alla continuity zagoriana.
I disegni di Mauro Laurenti, poi, sono perfettamente adatti a questa storia cupa e densa di attese inquietanti; la modernità delle sue fisionomie e la dinamicità del suo tratto arricchiscono la serie, svincolandola un poco dalla sia “classicità”, anche se alcune vignette sembrano più stilizzate del solito…

Concludo riportando alcune brevi osservazioni di Jacopo Rauch su questa storia, postate sul Forum SCLS nel novembre del 2010:

Piccola precisazione su alcune scelte narrative in merito ad alcune critiche che ho letto sul topic dell’Orrore Sepolto.
I mostri sarebbe bene non parlassero, ma... piaccia o no, in Zagor lo fanno spesso.
1) Il demone de La regina della città morta, duetta con Zagor alla fine della storia in questione (Boselli).
2) Il demone della palude dello speciale di Burattini anche.
Due scene a cui mi sono richiamato esplicitamente per scrivere la mia. Dei due autori principali della testata.
Io non ho inventato nulla di nuovo.
(Anche i puma mannari, o skinwalkers che dir si voglia, de La strega della sierra parlano, per dirne un’altra. E chissà, spulciando nella pluridecennale produzione zagoriana quanti altri esempi si ritrovano).
In altre parole, ho cercato di restare più aderente a Zagor che non a La Cosa di Carpenter”.

mercoledì 23 agosto 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Il tesoro di “Digging” Bill (ZCSC203)



            Il duecentotreesimo numero in edicola domani contiene la conclusione dell’avventura di Zagor al ranche dei Flanagan, nonché la prima parte della storia “Il ritorno di Digging Bill”.


IL RITORNO DI DIGGING BILL

Tornati a Darkwood dopo l’avventura nella Green Valley, Zagor e Cico trovano una lettera di Digging Bill che chiede il loro aiuto. Giunti a Hot Spring, scoprono che il loro amico è stato rapito. Zagor lo rintraccia ma viene accusato di omicidio da mister Pierce (sindaco della cittadina e colui che ha fatto rapire Digging Bill per farsi rivelare dove questi abbia trovato delle monete d’epoca romana che sembrano nuove di conio). Zagor, Cico e Digging Bill riescono a fuggire a bordo di una canoa.
Digging Bill racconta le sue vicissitudini: egli si era imbattuto in un archeologo di nome Elkan in possesso di una moneta d’oro e di una mappa; seguendo le indicazioni della mappa, Digging Bill aveva trovato nello Snake Canyon una cassa piena di monete d’oro d’epoca romana. Si era poi trovato di fronte gli uomini di mister Pierce che lo avevano inseguito e fatto prigioniero, finché non era intervenuto lo Spirito con la Scure a salvarlo.
Nel frattempo a Zagor giunge anche la richiesta di aiuto di Artiglio d’Orso, capo degli Ottawa: degli uomini crudeli, dall’aspetto orientale e dalle strane corazze, sono pronti a uccidere chiunque trovino sul loro cammino. C’entrano qualcosa con la cassa piena di monete d’oro di epoca romana che il cercatore di tesori ha trovato sul fondo del canyon?
Zagor, Cico e Digging Bill si uniscono agli Ottawa di Artiglio D’Orso per rintracciare gli intrusi assassini e raggiungono il grande accampamento di questi misteriosi guerrieri, che Digging Bill identifica come Mongoli.
Digging Bill e Cico vengono catturati da questi, mente Zagor e Artiglio d’Orso riescono a fuggire precipitando in un fiume e facendosi portare lontano dalla corrente.
Nel frattempo, mister Pierce ha rintracciato e fatto prigioniero il professor Elkann, lo strano archeologo incontrato in precedenza da Digging Bill ed apparentemente uscito di senno dopo essersi avventurato nello Snake Canyon.
Zagor e Artiglio d’Orso tornano all’accampamento dei Mongoli e con uno stratagemma (provocando la carica di una mandria di bisonti) riescono a liberare Cico e Digging Bill. Quindi sono costretti ad allearsi con mister Pierce ed i suoi uomini per fronteggiare l’assalto dei Mongoli. Rifugiatisi in una caverna, il professor Elkann svela loro il mistero della presenza degli antichi orientali e delle monete d’oro romane.
I responsabili di tutto sono degli Specchi Neri, antichi manufatti ritrovati da Elkann che consentono di teletrasportare, anche da tempi e luoghi passati, persone e cose. È proprio in questo modo che una legione romana si era persa nello Snake Canyon, laddove poi Digging Bill aveva ritrovato le monete d’oro; similmente anche i Mongoli sono potuti arrivare nella nostra realtà. È proprio di questi specchi che vuole impadronirsi mister Pierce per i suoi loschi scopi.
Inizia quindi l’attacco dei Mongoli, durante il quale Pierce e i suoi uomini vengono massacrati. Quando sembra che, ormai, anche la sorte di Zagor, Cico, Digging Bill e il professor Elkann sia segnata, i Mongoli si dissolvono in polvere! Ciò molto probabilmente perché coloro che compiono un viaggio temporale grazie a questo “cronomoto” possono resistere solo per un certo tempo prima di dissolversi nel nulla.
Al termine dell’avventura, allora, il professor Elkann promette che distruggerà gli Specchi Neri in suo possesso gettandoli in parti diverse dell’oceano, in modo tale che nessuno li possa più recuperare.

Chiunque sostenesse che siamo di fronte ad una storia “classica”, sia per soggetto che per cadenza della sceneggiatura, non sarebbe lontano dal vero… salvo il fatto che questa volta Moreno Burattini si concede una virata “decisa” nel genere fantastico/avventuroso, cosa che aveva tentato solo poche volte in precedenza, sdoganando definitivamente i viaggi nel tempo nella lunga saga zagoriana.
Si comincia con una “gag cichiana” ed una lettera che segnala di un amico nei guai; poco dopo incombe una sensazione di pericolo, qualcosa di ancora poco definito ma che costituirà una minaccia per l’intera Darkwood. I sintomi di questa anomalia si manifestano dapprima sotto forma di antiche corazze e monete romane fresche di conio e poi con Mongoli spietati che spuntano dal nulla.
Abbiamo anche un misterioso tesoro da scoprire e non potevano, di conseguenza, mancare il personaggio di Digging Bill ed un suo scorretto concorrente, mister Pierce, interessato però a qualcosa di più grande ed importante di un semplice forziere; abbiamo un archeologo alcolizzato che la “sa più lunga” di quanto si possa immaginare… insomma, tanta “buona carne” posta sul fuoco, che divampa improvvisamente portandoci al centro dell’avventura per arrivare infine alla soluzione del mistero che viene svelato nell’ultima parte della storia.
Interessantissimo l’espediente degli Specchi Neri che provocano il “cronomoto” (l’autore ci fa intuire che più aumenta la concentrazione di tali oggetti magici in un determinato spazio, più il salto temporale da essi provocato si accorcia: prima i romani, poi i mongoli, poi il mero spostamento nello spazio). In tal modo Moreno Burattini è riuscito ad utilizzare il tema dei viaggi temporali architettandolo in maniera tale da far sembrare il tutto coerente con l’universo zagoriano.
Entrando nei particolari, poi, devo osservare alcune cose a mio parere significative: la circostanza che Diggin Bill abbia in passato visitato la Cina e ne conosca la lingua può essere un ottimo spunto per qualche storia futura; l’apparizione de “l’indiana bianca”, pur limitata a semplice personaggio di contorno, procura un piacevole “effetto continuity”; mister Pierce è un ottimo avversario, astuto, spietato e pienamente funzionale alla storia; l’utilizzo di Cico è molto buono e piacevoli sono i suoi battibecchi con Digging Bill (anche quest’ultimo sfruttato al meglio ed in piena sintonia con il carattere del personaggio).
Per quanto riguarda i disegni, Marco Verni è ormai una garanzia. I suoi disegni puliti e morbidi rendono leggibili e scorrevoli le storie: grandi vignette, grandissima rappresentazione di Zagor e Cico (degna del miglior Ferri), efficacissime le scene con i Mongoli, ben rappresentati nella loro ferocia e nella loro abilità di guerrieri.
Un plauso va doverosamente fatto al suo Digging Bill, reso davvero in modo perfetto.

Prima della pubblicazione della storia, Moreno Burattini così scriveva sul Forum SCLS:

Il ritorno di Digging Bill è il titolo definitivo scelto da Decio Canzio per una storia provvisoriamente intitolata "La grande minaccia". A Decio, l’ho notato da tempo, piacciono i titoli con "Il ritorno di..." e Digging Bill non aveva mai avuto l’onore di un titolo in copertina (almeno che io ricordi, c’è stato solo "Il tesoro di Digging Bill" su un almanacco).
È probabile che i "ritorni" attirino l’attenzione dei lettori, come del resto anche il nome "Digging Bill". Dunque l’accoppiata potrebbe essere vincente (o almeno, credo che questo sia stato il ragionamento di Decio).
Personalmente avevo proposto anche altri titoli, come "Il rapimento di Digging Bill" e "Morte a teatro".
Nel mio costante tentativo di variare il più possibile (nei ristretti limiti delle mie capacità) la tipologia delle storie, ho pensato a un’avventura "alla vecchia maniera", di sapore anni Settanta, sperando che potesse piacere al pubblico affezionato ai fumetti di una volta, sperimentando dunque una possibilità potenzialmente in grado di recuperare qualche lettore "estivo" incuriosito da Digging Bill in copertina.
Una lettura leggera, da ombrellone, divertente almeno nelle intenzioni. In questo mio proposito ho trovato la perfetta complicità di Marco Verni, che di suo ha uno stile da "bei tempi che furono", e che si è trovato estremamente a suo agio, al punto da ripetermi che questa era la storia più bella da lui realizzata finora.
Alla fine della nostra fatica, non ho la minima idea se i nostri intenti saranno coronati da successo e davvero qualcuno in vacanza al mare o sui monti si divertirà leggendo Zagor (non sono mai in grado di prevedere le reazioni del pubblico), però questo è stato lo spirito che ci ha animati”.

 Ad un forumista che ipotizzava un “fotoinserimento” della figura di Zagor sulla copertina dell’albo Lo specchio nero, Moreno rispondeva:

No, direi che la copertina è esattamente come Ferri l’ha disegnata. Immagino che l’effetto "fotoinserimento" derivi dal fatto che la scena sullo sfondo non sembra avere niente a che fare con la posa di Zagor, ma è un effetto voluto. Sergio ha chiesto a Ferri una cover come "Tigre!" o "Vudu!", cioè con Zagor che sembra avere una "visione" di qualcosa che capita altrove. Infatti, ciò che capita nella copertina non ha un riscontro puntuale nell’albo, Zagor non entra fisicamente in un antico sepolcro, ma "vede" quella scena evocata da un racconto che gli viene fatto, come se fosse un "flashback" in copertina”.

Dopo la fine dell’avventura, un forumista osservava che – a suo parere – Zagor avesse avuto una fortuna sfacciata… e Moreno replicava:

In realtà, non ha più fortuna dei tanti salvati dall’arrivo di qualche insperato soccorritore, come nelle classiche scene dell' "arrivano i nostri".
Ma, se ci si pensa bene, il finale era prevedibile fin da pagina 78, allorché Zagor si chiede: "Ma se i soldati romani si sono ridotti in polvere, perché i mongoli invece sono ancora tutti interi?".
A quel punto era chiaro che i chiunque avesse viaggiato nel tempo si sarebbe polverizzato dopo un certo periodo. C’era soltanto da resistere abbastanza a lungo. Non è dunque tutta questione di fortuna, ma di aver avuto la capacità di combattere e sopravvivere fino al momento, inevitabile, in cui i nemici si sarebbero autodistrutti.
Nel frattempo, Zagor ha impedito che i mongoli uccidessero altri sventurati continuando a esplorare i dintorni e ha salvato la vita a Digging Bill, Cico e il professor Elkan.
Si sarebbero salvati anche Pierce e i suoi uomini (anch’essi portati in salvo dallo Spirito con la Scure) se non si fossero comportati stupidamente e dunque non fossero stati essi stessi causa della propria disgrazia.
Mi pare che se c’è stata della fortuna (che aiuta sempre gli audaci) ci siano stati anche del valore e del merito”.

Avendo Marco Verni rivelato di essere orgoglioso di avere realizzato personalmente il personaggio a destra nella copertina dell’albo Ombre Gialle, Moreno precisava:

L’orgoglio di Marco Verni è più che giustificato avendo potuto, per un piccolo ritocco dell’ultimo momento, aggiustare un particolare in una copertina su cui Ferri era impossibilitato a rimettere le mani, soprattutto considerando che la storia all’interno era proprio la sua e che Verni ha un debito grande come una casa verso il suo maestro ideale.
Come ho spiegato mille volte, talora capita che si debba, nella velocità imposta dalle date di consegna in tipografia, ritoccare qualcosa, per qualche motivo. Tutte le copertine del mondo subiscono aggiustamenti redazionali, se ce n’è bisogno. Il fumetto del resto è un prodotto d’equipe, e come minimo c’è chi scrive il titolo, chi colora, chi aggiunge un bottone o chi sposta la firma perché si legga meglio.
In passato, ci sono state copertine con interventi molto vistosi, basta pensare a Conquistadores in cui è evidente la mano di Michele Pepe perfino nel volto di Zagor. In La grotta dei bucanieri i grafici hanno dovuto (non so perché) ribaltare la posizione di Zagor, facendolo diventare mancino.
Nel caso di Ombre Gialle c’è stato bisogno di aggiustare un mongolo e, non potendo far intervenire Gallieno, l’aggiustamento è stato fatto da Verni. Chi meglio di lui, del resto? Ma il ritocco è minimo e invisibile, e del resto rispecchia perfettamente lo stile ferriano. Un rammendo invisibile, come mille altri fatti in tutti i fumetti del mondo. E che nulla toglie alla grandezza di Ferri!”. 

Infine, se volte sapere qualcosa di più sul come è stata “concepita” questa storia, vi rimando all’articolo scritto da Moreno Burattini sul suo blog il 13.09.2010 che potete leggere qui. http://morenoburattini.blogspot.it/2010/09/lo-specchio-nero.html

giovedì 17 agosto 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Il ranch assediato (ZCSC202)

 


Il duecentoduesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor sull’Huron Lake, nonché la prima parte della storia “Il morso del serpente”.


ALLA RICERCA DI ZAGOR

Nell’indagare per conto dell’esercito su una serie di furti ai vettovagliamenti destinati ai pellerossa sul lago Huron, lo Spirito con la Scure si imbarca sul battello dell’agente indiano Looney insieme ai suoi aiutanti: Hubbard, Valdez e Schneider.
Zagor non sa che proprio questi tre sono i responsabili dei furti e viene colto impreparato quando cercano di ucciderlo durante una tempesta; nella colluttazione Zagor e Schneider cadono in acqua.
Lo Spirito con la Scure viene gettato dalla tempesta su una riva sconosciuta e disabitata del lago e, dopo aver urtato contro uno scoglio, è a malapena in grado di camminare. Hubbard e Valdez, invece, tornano dall’agente indiano e da Cico e li informano che Zagor e Schneider sono morti annegati. Cico, tuttavia, continua a sperare che l’amico sia vivo e convince Looney ad andare alla sua ricerca…
Zagor, infatti, senza aiuto e senza riparo, in un territorio gelido e selvaggio, mentre la neve comincia a cadere e si trasforma in tormenta, per sette, lunghi giorni lotta per sopravvivere al freddo, ai pericoli della natura e a Schneider (anch’egli sopravvissuto) che lo cerca per ucciderlo.
Finché il settimo giorno il battello dell’agente indiano, con a Bordo Looney, Cico e i due malfattori, Hubbard e Valdez, avvista il falò di segnalazione acceso da Zagor.
Nel frattempo il nostro eroe è riuscito finalmente a sbarazzarsi di Schneider ma si trova a dover regolare i conti anche con gli altri due, sbarcati prima di Looney e Cico con la scusa di andare in avanscoperta, ma intenzionati a togliere di mezzo l’unico testimone delle loro ruberie
 Nonostante le difficoltà, Zagor li uccide entrambi e viene infine soccorso dagli amici, ai quali racconterà le sue traversie durante il viaggio di ritorno.

Questa avventura è la chiara dimostrazione che, anche con un numero ridotto di pagine, una trama semplice ma a suo modo originale e una sceneggiatura brillante, si può realizzare un gioiellino di storia.
Nonostante la mia particolare non-predilezione per le storie cosiddette “realistiche”, devo infetti dire che questa invece mi è piaciuta parecchio!
È una storia “anomala” nella tradizione zagoriana: Zagor è disperso, passa buona parte dell’avventura in solitudine, combattendo contro la natura ed i propri limiti fisici, intere tavole sono prive di dialoghi… Bella, bella, bella!
La storia si apre con una divertente gag di Cico, che - sfortunato come sempre - le prende ancora una volta di santa ragione e incontra una ragazza che mi ha ricordato in tutto e per tutto Molly Malone (guai a quello zagoriano che mi chiedesse chi è…).
Drammatica la sequenza del naufragio;  i cattivi di turno si dimostrano dei veri bastardi fino al midollo; inquietante la scena con i granchi sulla spiaggia; ho davvero provato angoscia per quello scorrere cadenzato del tempo (primo giorno, secondo giorno, etc.), per tutte quelle fatiche e difficoltà, angoscia non tanto per la sorte di Zagor (che sappiamo porta sempre a casa la pelle sana e salva) ma nell’essermi ritrovato più volte ad immaginare idealmente me stesso in una situazione simile.
L’autore e i disegnatori sono riusciti a farmela proprio vivere sulla pelle questa avventura!
Moreno Burattini ci descrive un eroe di fronte alla sua prova del fuoco quasi “definitiva”… E gli Esposito Bros. riescono a riassumere i passaggi emozionali della storia nei primi piani di Zagor: nel volume precedente: sofferenza (pag. 234, vignetta 1), sorpresa (pag. 243, vignetta 6), preoccupazione (pag. 250, vignetta 4), serena determinazione (pag. 251, vignetta 5); nel presente volume: paura (pag. 19, vignetta 1), ineluttabilità (pag. 30, vignetta 3), sgomento (pag. 42, vignetta 1), incredulità (pag. 57, vignetta 5), attesa (pag. 58, vignetta 2) e felicità (pag. 58, vignetta 4).
E poi Cico è davvero un attivo co-protagonista, e i lettori sperano, soffrono e gioiscono con lui per la sorte di Zagor come con un amico di lunga data.
Insomma, Moreno Burattini, dopo Plenilunio, ha subito infilato nella collana zagoriana un’altra magnifica perla.

Lasciamo ora la parola a Moreno Burattini.
Già nel novembre 2009, prima ancora della pubblicazione della storia, a chi gli chiedeva come sarebbe stata la cover di Alla ricerca di Zagor, se Zagor vi sarebbe comparso (presumendosi “disperso”), se il titolo di lavorazione della storia sarebbe cambiato, lo sceneggiatore rispondeva così:

Ogni titolo può essere cambiato, se qualche riflessione successiva porta a suggerire dei miglioramenti o se ci sono delle controindicazioni di cui ci si accorge prima di mandare in stampa un albo.
Per il momento, Alla ricerca di Zagor è il titolo che abbiamo programmato e ci pare sufficientemente intrigante.
Ferri sta disegnandone proprio in queste ore la copertina, di cui abbiamo discusso ieri l’idea. Era particolarmente entusiasta del soggetto che, secondo lui, è perfettamente nelle sue corde (e, direi, si tratta di inedito nella serie).
Ovviamente, Zagor ci sarà. Il fatto che qualcuno lo cerchi disperatamente non implica che noi non lo si veda sulla scena.
La storia è stata disegnata magistralmente dagli Esposito Bros. a cui sono andati anche i complimenti di Ferri che mi ha incaricato di trasmetterli ai fratelli pugliesi (che proprio in queste ore stanno disegnando l’ultima tavola delle 130 previste). Per vostra curiosità, Alla ricerca di Zagor ha battuto altri titoli da me proposti che erano La rupe dell’aquila e Artigli di ghiaccio”.

Quando qualcuno si è lamentato della brevissima sequenza in cui Zagor ricorda il suo approdo sulla riva del lago, ironizzando che se non si fosse mostrato al lettore questo approdo si sarebbe creduto che a riva lo avesse portato l’ippogrifo, Moreno ha giustamente voluto dire la sua:

Ora, che dire? Mi cadono le braccia: la sequenza incriminata non solo è d’azione e molto drammatica e non ci sono ragionamenti da seguire, che si sa sono troppo faticosi, ma è fondamentale per un particolare. Spiega (facendolo vedere, con dei bei disegni, e non con chiacchiere) come Zagor si è fatto male a una gamba, urtandola contro uno scoglio. Senza quella sequenza, non si capirebbe perché lo Spirito con la Scure non riesca a camminare. È una scena assolutamente necessaria, di quelle che se non ci fossero i lettori potrebbero indignarsi dato che i problemi di deambulazione dell’eroe non sarebbero giustificati. Ma siccome c’è un flashback che ricostruisce, pur rapidamente, un evento del passato, in certuni scatta un riflesso condizionato e non c’è pietà.
Perciò, non mi resta che sospirare e farmi una ragione degli "elementi critici che si VOGLIONO andare a trovare"”.

Quando il sottoscritto gli ha domandato se nella figura della ragazza con la cesta di pesci che Cico incontra all’inizio della storia egli avesse voluto rendere un omaggio a Molly Malone, Moreno mi rispondeva:

No, almeno non consciamente, dato che la ragazza non è neppure una pescivendola ma una che ha razziato il pesce altrui. Però è vero che gli Esposito l’hanno fatta molto carina e somigliante alla Molly Malone di Milo Manara”.

Ad un forumista che gli chiedeva se gli Esposito Bros. potevano ormai a pieno titolo considerarsi arruolati nello staff di Zagor, dato che inizialmente vi erano entrati più come guest star in prestito da Martin Mystère, Burattini spiegava:

Gli Esposito sono a mezzo servizio, ma direi che non se ne prevede l'allontanamento, anzi, se fosse per me sarebbero zagoriani al cento per cento, e credo che anche loro non avrebbero niente in contrario, visto che sono entusiasti della loro collaborazione. Fra l’altro, una volta era difficile per Nando e Denisio passare da Martin Mystère allo Spirito con la Scure, cioè disegnavano Zagor più lentamente, non avendolo ancora nelle matite e nei pennelli, ma oggi ormai sono padroni del personaggio. Tra noi c’è molta sintonia, in effetti mi sento spesso con loro, soprattutto con Nando, e commentiamo le nuove pagine, ricevo dei consigli, ne do, facciamo progetti”.

Infine, a queste considerazioni di un forunista: “Zagor nella tempesta di neve e zoppo scappa da Scheneider, ha poche possibilità e fa una cosa quasi vigliacca, fingersi moribondo per bruciare praticamente vivo il nemico, e poi non essere in condizione di salvarlo come è suo solito. Alla lettura sono prima rimasto abbastanza stranito, poi ho giustificato il gesto con il fatto che Zagor era davvero in pericolo di vita, non aveva la situazione sotto controllo come spesso accade. È stato il tuo stesso approccio alla scena?”, Moreno rispondeva:

Non mi pare che Zagor faccia una cosa "quasi vigliacca". Vigliacca è l’intenzione di Schneider di uccidere il nostro eroe nonostante lo creda incapace di difendersi. Zagor non può combattere perché è azzoppato e sofferente, senza fuoco non può sopravvivere, è disarmato. Deve usare un trucco, e lo usa. Peraltro, lo usa soltanto quando Schneider sta per uccidere lui, come extrema ratio. Da notare, che è il suo avversario che lo bracca, dunque che se la cerca. Mi sembra che la capacità di Zagor di trovare la soluzione a una situazione apparentemente senza via d’uscita dimostra la capacità dello Spirito con la Scure di dominare gli eventi, anche se in circostanze drammatiche e messo alle corde. Io ho sceneggiato quella scena convinto di dimostrare l’intelligenza e la lucidità dell’eroe anche in un contesto del genere”.

* * *


SFIDA MORTALE

Frankie “Full” Flanagan, un vecchio amico di Zagor, dopo una vita da cercatore d’oro e da giocatore di poker, ha costruito un ranch, il Six Stars, chiamando cinque amici a lavorare con sé: l’ex battelliere Reginald, l’ex boscaiolo Paddy, l’ex schiavo George, l’indiano Pioggia Rossa e il giovanissimo Stanley. I terreni della fattoria, però, sono circondati da quelli del ricco mister Deamon, proprietario anche di mezzo Green River, il paese più vicino, dove anche lo sceriffo Park è sul suo libro paga. Gli uomini di Deamon, guidati dal perfido Snake, vogliono costringere i cowboy di Flanagan a sloggiare.
Frankie Flanagan viene ucciso a sangue freddo da Snake dopo aver apparentemente trovato dell’oro nel greto di un torrente che attraversa le sue terre. Dell’assassinio viene però incolpata la banda di “Dakota” Dick, un rapinatore che colpisce nella regione.
Giunti a Green River, Zagor e Cico indagano, cercando le tracce dell’omicida, e sul luogo del delitto trovano un dollaro bucato, il segno distintivo di Snake, il pistolero!
A questo punto Zagor rintraccia il bandito “Dakota” Dick, al quale sono attribuite tutte le malefatte della regione: egli, infatti, è stato un ex-allevatore strozzato dai debiti di Deamon e costretto alla macchia con i suoi uomini. Egli è anche l’unico ad avere il coraggio di opporsi al violento possidente e si allea con Zagor.
Intanto, la giovane figlia di Frankie, Francine, si trova in pericolo con i suoi aiutanti, assediata nel suo ranch dagli uomini di Deamon, che vuole definitivamente impossessarsi dei possedimenti dei Flanagan.
Inizia l’assalto, e con esso i primi morti e feriti da entrambe le parti; Deamon scatena anche la carica di una mandria di bovini, sventata da uno stratagemma di Zagor. Tutto sembra perduto quando entra in gioco “Dakota” Dick che riesce a far prigionieri metà degli uomini di Deamon senza colpo ferire.
In un duello finale, Zagor fredda il perfido Snake. Deamon non potrà più dettare legge sulla Green Valley!

V’è da dire che, sicuramente, la prima parte della storia è piacevole! Un bel western vecchia maniera, con Zagor che interviene per portare giustizia là dove non c’è... Il plot utilizzato da Luigi Mignacco mi ha un poco evocato la mitica storia La stella di latta, anche se lo svolgimento poi è decisamente diverso (e i suoi personaggi erano di gran lunga meglio caratterizzati…). Viene inoltre mostrata la particolare abilità di pistolero di Zagor, che ben si presta ad emergere in un episodio di questo genere.
Una delle scene più degne di nota e a mio parere ricche di pathos è quella in cui Zagor e Cico apprendono della morte del loro amico. Si sa che Cico tende sempre a evitare situazioni che lo ficchino nei guai, ma di fronte alla drammaticità della morte è proprio lui a dimostrarsi deciso! A Zagor che gli domanda che cosa ne pensi del fatto di recarsi o meno al ranch dell’amico assassinato, Cico risponde con decisione: “Dico che invece dobbiamo andarci, Zagor!”.
Purtroppo, le buone premesse della prima parte si perdono nella seconda, dove il lettore assiste a diversi avvenimenti che si affastellano l’uno sull’altro e ad un caotico scontro finale in cui un intervento più incisivamente “fattivo” da parte, oltre che dei cittadini, anche del bandito “Dakota”, sarebbe stato di gran lunga preferibile, anziché una conclusione un po’ troppo all’acqua di rose come quella orchestrata dallo sceneggiatore.
Dal punto di vista dei disegni, a mio parere Marcello Mangiantini se la cava egregiamente. È vero, il volto del “suo” Zagor è un po’ troppo giovanile per i canoni consueti, ma in alcune inquadrature riesce a renderlo più “adulto”. Molto ben costruiti gli “interni” delle varie abitazioni (l’ufficio dello sceriffo, il drugstore, la casa di Deamon). Degna di nota è la scena in cui si capisce la ragione della “strana” insegna del ranch (con il 6 capovolto in 9).
La cosa curiosa è che questa è stata la prima storia zagoriana in assoluto disegnata dal buon Marcello, ma pubblicata solo dopo le uscite dei nn. 488/489 (2006), dello Special n. 19 (2007) e del Maxi n. 12 (2009).

Chiudo con un appunto di Moreno Burattini (antecedente alla pubblicazione di questa avventura) in merito al secondo albo della storia, che aveva come titolo di lavorazione Sfida allo Stars Ranch, poi modificato in Sfida Mortale:

Sfida allo Stars Ranch era uno dei titoli che io ho proposto, ma nella rosa delle varie possibilità Decio Canzio ha preferito l’altro. Immagino due possibili motivi: c’è già un titolo con parole inglesi a poca distanza (Snake Canyon) e Zagor non è un fumetto western propriamente detto, mentre la parola "ranch" lo fa assomigliare troppo a Tex (si cerca sempre di non confondere o sovrapporre fra loro le due serie). 
È chiaro che a volte le trame western siano simili fra loro, e anche i titoli alla fine sono perfettamente interscambiabili, però se c’è una scelta con dei buoni titoli e una di queste scelte è senza la parola "ranch", ecco che scatta il meccanismo per cui su Zagor si preferisce quella meno western, così da connotare in senso più ampio e avventuroso la testata. C’è anche da dire che non è sicuro che il ranch della storia si chiamerà davvero "Stars Ranch" (c’è una discussione in proposito)”.