giovedì 15 giugno 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Il ritorno dell’“alchimista” (ZCSC193)





Il centonovantatreesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor contro Dark Moon, nonché la prima parte della storia “Sangue Mohawk.



SANGUE MOHAWK

Robert Gray, detto l’Alchimista, ex maggiore dell’esercito impegnato nella progettazione di armi innovative e micidiali, è rimasto privo delle mani in circostanze misteriose e per questo è stato esonerato dai suoi incarichi. Grazie al suo genio ingegneristico si è costruito delle protesi d’acciaio e vuole vendicarsi dei colleghi che lo hanno esautorato, uccidendoli crudelmente.
Sconfitto da Zagor in un primo scontro, e dopo essere stato a lungo creduto morto, il criminale è tornato alla ribalta aggiungendo anche lo Spirito con la Scure alla lista dei bersagli da colpire. Le sue prime vittime, però, sono i Mohawk, colpevoli, agli occhi del folle, di averlo tradito anni prima: avvalendosi di un sistema ingegnoso di mortai temporizzati, Gray distrugge il loro villaggio uccidendo senza pietà tutti gli abitanti.
Deciso poi a scoprire il luogo in cui i militari hanno costruito un laboratorio segreto nel quale vengono sviluppati i progetti che egli stesso aveva elaborato prima di venire allontanato dall’esercito, Gray non si ferma davanti a nulla e lascia dietro di sé una lunga scia di sangue. Anche Zagor e Cico, che tentano di sbarrargli la strada, vengono rinchiusi nelle oscure gallerie di una miniera, di cui lo spietato criminale fa saltare l’ingresso; fortunatamente i nostri eroi riescono comunque a cavarsela.
Dopo aver costretto il colonnello Portman, sotto tortura, a rivelare prima di morire dove si trova la base segreta in cui l’esercito sta realizzando i suoi progetti di armi micidiali e innovative, Robert Gray vi fa irruzione e si prepara a completare la sua vendetta. Zagor, pur braccato dai soldati che lo credono responsabile della morte del loro colonnello, giunge a sua volta al laboratorio per fermare il diabolico avversario.
Con un astuto stratagemma, Zagor riesce a farlo crivellare di colpi da un marchingegno creato dallo stesso Gray. L’Alchimista non potrà più far del male a nessuno…

Ancora un’ottima storia di Moreno Burattini, forte di una narrazione serrata che ti spinge ad arrivare alla fine in un baleno.
Bella la ricostruzione/riscrittura del finale del precedente scontro tra Zagor e Grey; molto ben costruita la gag con Cico e Trampy (anche se un po’ deboluccia la risoluzione finale...); molto nolittiana anche la modalità di “ammissione” di Zagor al colloquio con il Col. Portman: veramente bella ed esilarante!!! Mi ha davvero ricordato lo Zagor della mia infanzia...
Ottimi i colpi di scena riguardanti il personaggio di Chuck Sinner (che assomiglia in tutto e per tutto a Bud Spencer!). Inoltre è bene orchestrato l’arrivo dei soldati giusto in tempo per pensare alla colpevolezza dei nostri eroi nella morte del colonnello Portman.
Mi è sembrata invece un po’ macchinosa la trovata di Robert Gray per uccidere Zagor e Cico nella miniera... ma forse ad essere veramente “macchinosa” è solo la mente di questo singolare avversario!
Nel complesso sono comunque molto soddisfatto di questa storia, il cui finale è un vero e proprio colpo di scena al “fulmicotone”!
In questo suo ritorno, Robert Gray l’Alchimista si dimostra ancora più spietato e letale che nella sua prima apparizione, in forza del suo armamentario tecnologico senza uguali (bazooka, mortai, collari esplosivi, mani d’acciaio piene di gadget, sensori di peso piazzati nel terreno che scatenano scariche di fucileria, etc.).
Bisogna ammettere che era difficile far tornare questo particolare nemico, che già nella prima avventura aveva dimostrato ampiamente la sua follia e la sua sete di vendetta, senza ricadere nel medesimo cliché.
Invece Moreno Burattini sviluppa abilmente la sua storia, da un lato con approfondendo la vicenda personale di Gray ed i motivi che lo hanno portato alla pazzia, dall’altro rendendo Zagor un’inconsapevole pedina nella riuscita del piano del nemico.
L’autore riesce in tal modo a non travisare la personalità originaria del villain ed a svelare i retroscena segreti della sua menomazione in modo tale da renderli un valido motivo per scatenare la furia omicida di un personaggio che, però, già quando disponeva di tutti e quattro gli arti, non aveva nessuna considerazione per la vita umana e quindi non può comunque beneficiare di alcuna “attenuante”.
Molto buon i disegni di Chiarolla (autore che ho sempre apprezzato parecchio).

Come di consueto, ecco alcune interessanti osservazioni di Moreno Burattini su questa storia, postate sul Forum SCLS tra il settembre 2007 e il maggio 2008.

Circa il ritorno di Robert Gray, devo dire che il finale della storia precedente con l’ex maggiore divenuto capo dei Mohawk è pieno di difficoltà logiche da risolvere e da giustificare e dunque ho dovuto un po’ faticare per far sì che si spiegassero meglio certe cose. Tuttavia spero di aver risolto i problemi in modo convincente.
Sarà un racconto in tre albi, in cui viene ri-raccontato in modo più dettagliato il finale della precedente storia in cui compariva l’uomo con le mani d’acciaio e si spiega come Gray abbia potuto salvarsi. Nel corso del racconto si capisce anche che cosa era accaduto nel passato dell’ “alchimista” che aveva portato alla perdita delle mani e al suo desiderio di vendetta”.

In risposta alle critiche avanzate da alcuni in merito alla sua “revisione” del finale della storia precedente con protagonista Robert Gray, Moreno scriveva così:

Personalmente, nei panni del semplice lettore, ho sempre pensato che le critiche avrebbero dovuto essere rivolte al finale della prima storia con Robert Gray, abbastanza sconcertante sotto un’infinità di punti di vista.
Il mio intendimento, per il quale mi aspettavo l’unanime approvazione che invece - ahimè - non ho avuto, era quello di "revisionare" il minimo possibile, lasciando che le cose fossero andate quasi del tutto così come si era visto, però cambiando quel poco che bastasse a giustificare quante più incongruenze si potesse.
Tuttavia, se qualcuno ritiene preferibile quel finale rispetto alla versione che mi è parso di dover fornire, non c’è nessun problema. Ogni parere è legittimo.
Compreso quello di che ritiene meglio che Zagor abbia davvero un braccio spezzato o che sia ragionevole pensare che versare del veleno in un fiume che scorre significhi avvelenare i pozzi da cui attinge Fort Benton (che poi sarebbe Brendon ma il precedente sceneggiatore - benché indiscutibilmente più abile di me - se ne era dimenticato).
Adesso ci sono due diverse versioni e ognuno può scegliere quella che preferisce, a seconda dei propri gusti. Peraltro, faccio notare, la versione presentata all’inizio di Sangue Mohawk (che differisce di POCHISSIMO dalla precedente), non è per forza di cose "vera" e "ufficiale", ma è quella che Robert Gray RICORDA.
Circa il revisionismo, non è che sia un male assoluto: ci sono verità presentate come "rivelate" che invece è bene mettere in discussione, per esempio anche la teoria copernicana è sacrosanto revisionismo rispetto a quella tolemaica, così come Darwin si può considerare revisionista rispetto al creazionismo.
Perciò mi sia concesso immaginare che se Nicolai, pur degnissima persona da cui ho tutto da imparare, mette in bocca a Zagor che un pugno gli ha spezzato un braccio, forse l’eroe voleva dire che gli era parso per il gran dolore ma poi non gli si era davvero rotto, visto che dopo non mi pare di averlo visto ingessato quando Cico mette in acqua le barchette di carta”.

In merito all’osservazione di un forumista sulla “freddezza” della reazione di Zagor, senza una classica invettiva di stampo nolittiano, quando viene a sapere del massacro dei Mohawk, Moreno osservava:

L’apparente freddezza si può leggere come una grande cupezza.
Quando Zagor arriva non ci sono più i cadaveri, la scena del delitto è fredda, l’indignazione si trasforma in gelo nel cuore che toglie la parola.
Le invettive scattano (nelle scelte degli sceneggiatori) di fronte a un massacro appena conclusosi.
Zagor inoltre in quel frangente cerca di ragionare, e soprattutto far ragionare Tonka, perché c’è da evitare che gli animi diventino esacerbati, si tratta appunto di raffreddare gli animi invece che accenderli. Vanno individuati i veri colpevoli e si deve evitare di scatenare una vendetta cieca.
Ciò non significa che Zagor resti insensibile di fronte al massacro, anzi, comincia le sue indagini con determinazione (basti vedere come si comporta al forte)”.

A un altro forumista che notava nelle storie un uso delle didascalie sempre più rarefatto e domandava a Moreno se era una direttiva redazionale, una scelta voluta o se le didascalie erano da considerarsi ormai superate, rispondeva così, dicendo la sua anche sulla problematica del cosiddetto “spiegazionismo”:

Le didascalie dovrebbero servire per dire quello che i personaggi non possono ragionevolmente pensare o dire mentre sono sulla scena.
Per esempio, una didascalia dice "Il giorno dopo...", un’altra dice: "Nello stesso momento...", eccetera.
Ci sono poi didascalie fra virgolette che riportano pensieri o frasi pronunciate da qualcuno in momenti diversi rispetto a quello che si vede in scena, ma lasciamo perdere le eccezioni.
In circostanze normali, le dida sono la voce dell’autore e non dei personaggi.
Ma se c’è un personaggio che pensa: "Devo fare dei messaggi di fumo", mi sembra assurdo mettere una didascalia che dica: "Zagor pensa che sia meglio fare dei segnali di fumo".
Potremmo, è vero, avere una didascalia che dica: "Zagor si ferma per fare dei segnali di fumo", ma a quel punto perché mai dovrebbe essere meglio dirlo in dida piuttosto che farlo pensare a Zagor?
In fondo, i balloon dei pensieri esistono e hanno piena cittadinanza, al pari se non di più delle asettiche didascalie. Poi può darsi che ci sia chi abbia una viscerale passione per le didascalie e non tolleri invece i balloon dei pensieri, ma si tratta di gusti personali (che qualcuno potrebbe ritenere persino bizzarri) su cui non mi pare il caso di disquisire.
Ho letto di recente, in proposito, commenti molto singolari che mi lasciano davvero perplesso.
Mi piacerebbe ovviamente controbattere ma altrettanto ovviamente è giusto che ognuno abbia le proprie opinioni e le esprima, però davvero è divertente pensare che c’è chi si impunta sul fatto che Zagor non dovrebbe pensare: "Devo fare dei segnali di fumo", ma: "Ecco una bella collina dove fare dei segnali di fumo".
Davvero una differenza epocale!
Allora si potrebbe disquisire su OGNI singolo balloon, perché tutti avrebbero potuto esprimere lo stesso concetto con parole leggermente diverse.
Se io dico "buongiorno" perché mi viene da dire "buongiorno", non è che si debba stare a discutere sul fatto che avrei potuto dire "buona giornata".
Ho detto "buongiorno", e buonanotte.
Dov’è, insomma, il problema se Zagor pensa di dover fare i segnali anziché pensare che un certo colle è adatto per farli?
Se io penso che devo andare al lavoro, penso "Devo andare al lavoro", non penso "il tram 27 è un buon mezzo per andare al lavoro". E se un fumetto dovesse descrivere i miei pensieri, dovrebbe scrivere "Devo andare al lavoro".
Poi può darsi che il tram 27 sia perfetto per andare al lavoro, ma se io non l’ho pensato, e ho pensato altro, perché discuterne?
Ho pensato così e non cosà, facciamocene una ragione.
Nella vita normale capita SEMPRE di pensare: è meglio che faccia così, è meglio che faccia cosà, e poi lo si fa perché si è scelto di farlo. Dunque, perché non ci può essere un balloon dei pensieri che esprime il momento della scelta del soggetto di fare una certa cosa?
E perché non accettare che questi pensieri servano a farci entrare nella psicologia di un personaggio, a dimostrarci che ragiona sulle cose, che fa delle scelte, che sa sfruttare il territorio, che cerca di fare la cosa giusta?
E c’è anche chi sostiene che ci dovrebbero essere pagine perfettamente mute senza né didascalia né pensieri. Direi che sulle pagine di Zagor non esiste una tradizione del genere.
Sono pronto a prendermi tutte le colpe per aver fatto pensare a Zagor "devo fare i segnali di fumo", una colpa senza dubbio gravissima, ma non mi si dica che su Zagor è prassi fin dai tempi di Nolitta fare lunghe sequenze mute e che io ho rotto improvvisamente la tradizione, perché è esattamente il contrario. La tradizione è quella dei pensieri e non sono per niente frequenti le scene mute. Anzi, se ci sono troppe scene mute, lo stesso Nolitta chiede che vengano inseriti dei balloon. È qualcosa che contraddistingue il modo di raccontare di Zagor.
Ken Parker è stato un fumetto innovativo che ha progressivamente tolto prima le didascalie e poi anche i pensieri, ma Ken Parker non è Zagor, e su Zagor si usano le didascalie e soprattutto i balloon.
Ci sono poi le solite (a mio giudizio incredibili) accuse di "spiegazionismo".
Dico incredibili perché, come ho già detto altre volte, le storie dovrebbero essere criticate perché mancano le spiegazioni e quel che accade non ha senso, non quando un autore imbastisce un racconto in cui c’è una spiegazione a ciò che succede.
Per fare un esempio, se un tale (peraltro già dimostratosi crudelissimo assassino) ha massacrato di botte Zagor e sta per ucciderlo, e c’è Cico con la pistola a portata di mano che non interviene, possibile che si critichi l’autore che cerca di spiegare la circostanza facendo pensare a Cico perché non interviene, piuttosto che quello che non lo fa intervenire punto e basta, come se fosse ragionevole?
Ma tant’è. Gli "spiegazionofobi" preferiscono che qualcuno si comporti in modo assurdo piuttosto che un semplice pensiero giustifichi quel comportamento. Peraltro, non è che un pensiero rallenti l’azione: pensare è immediato, per cui non è che c’è da fermarsi per ascoltare un lungo discorso.
Se poi c’è un personaggio come Zagor che da sempre parla agli indiani cercando di convincerli nel modo che è loro caro, e quindi anche retoricamente, o con certo modo di argomentare, ecco che Zagor non deve parlare più perché se parla è "spiegazionismo", e gli indiani devono adattarsi ai ritmi dei videoclip. Se il parlare serve a prendere tempo ed è segno di astuzia, niente da fare, non bisogna parlare.
L’accusa di “spiegazionismo" mi lascia sempre molto perplesso. Non riesco bene a capire di che cosa si tratti. Forse i misteri e i nodi di una storia non dovrebbero essere sciolti, risolti e chiariti (e dunque spiegati)?
Forse si dovrebbero lasciare le domande senza risposta? Non si dovrebbe scoprire chi è il colpevole o, se anche lo si scopre, non si dovrebbe dire come e perche ha agito? Oppure si dovrebbero scrivere storie semplici e lineari che si spiegano da sole, con il rischio che sembrino pero banali e superficiali?
Personalmente apprezzo di più, come lettore, le storie in cui ci siano un minimo di intrigo, in cui capitano dei fatti misteriosi su cui si deve indagare, e mi piace scoprire poi il perché e il percome, svelare i retroscena, accorgermi di come stavano veramente le cose.
Mi piace lo svelamento in flashback di episodi del passato che sembravano inspiegabili. E dunque, come autore, cerco di scrivere le storie che poi mi piacerebbe leggere come lettore. Fra gli autori che ho sempre amato ci sono Isaac Asimov e Agatha Christie: due maestri dello "spiegazionismo", se "spiegazionismo" significa fornire spiegazioni sui misteri su cui si è indagato. Forse quel che mi si obietta è l’eccesso di spiegazioni, ma in questo caso la cosa è opinabile. Chi stabilisce che cosa è in eccesso e che cosa no?
Mi trovo a pensarci e ripensarci ogni volta che scrivo un dialogo. "È necessario spiegare questo e quest’altro?" mi chiedo. Se lascio la spiegazione significa che mi rispondo di sì. Sono convinto che se non spiegassi poi qualcuno mi accuserebbe di non aver spiegato.
Di solito capita così: in una storia in cui alcuni cadaveri venivano gettati in un pozzo e non mi sono soffermato a spiegare i dieci motivi diversi per cui poteva darsi che dopo dei mesi all’esterno non si sentisse il cattivo odore della putrefazione, subito ci sono stati quelli che criticavano la cosa. Allora che cosa devo fare? Devo spiegare ed essere accusato di "spiegazionismo", o non spiegare ed essere accusato di mancanza di spiegazioni?
La soluzione è semplice: spiego quel che mi sembra il caso di spiegare, cerco di farlo nel modo più accattivante possibile in modo da non stancare troppo, provo a scrivere quel che da lettore mi piacerebbe leggere, e poi affido il testo ai lettori, certo che qualunque cosa abbia fatto non riuscirò mai ad accontentare tutti. Mi auguro solo che se anche alcune pagine possono sembrare troppo verbose a qualcuno, il complesso della storia sia abbastanza buono da strappare se non un piccolo applauso almeno la sufficienza. Peraltro, più che ci penso più mi convinco che anche Nolitta scrivesse delle bellissime pagine di lunghi dialoghi.
Potrei inoltre citare l’esempio di pagine molto fitte di dialoghi e spiegazioni su altri fumetti di altri autori, da Nathan Never a (soprattutto) Martin Mystère (ma potrei anche allargare il campo a romanzieri verbosissimi come Stephen King). Preferisco pero chiudere la mia (spiegazionistica) risposta ammettendo che lo "spiegazionismo" corrisponde probabilmente a una mia esigenza interiore di razionalità, di chiarezza, di ordine mentale che fa parte del mio carattere, che rifugge l’irrazionalità. Sento il bisogno di trovare risposte ai tanti perché della vita, e visto che non ho la minima idea di chi sono, da dove vengo e dove sono diretto, lasciatemi almeno spiegare nei miei fumetti chi sono, da dove vengono e dove sono diretti i miei personaggi.
Aggiungo solo due particolari trascurabili: lo "spiegazionismo" delle prime quindici pagine di "Sangue Mohawk" deriva dal bisogno di dare una sacrosanta e doverosa spiegazione a tutte le assurdità presenti nel finale della precedente avventura con Robert Gray. E soprattutto, i pensieri di Cico o i discorsi di Zagor che tanto disturbano alcuni non sono i reali pensieri e i reali discorsi dei due nostri amici, ma quello che Gray pensa o ricorda che siano stati i loro pensieri e i loro discorsi.
Spiegazionista non sono io, ma il cervello dell' "alchimista"”.

Ancora in merito al “revisionismo” e allo “spiegazionismo”:

Il finale della prima storia con Robert Gray è il festival delle cose strane.
Potrei trovare strano anche il fatto (visto precedentemente) che una corda d’acciaio "sparata" da un bastone, semplicemente conficcata con un uncino in un tronco e tesa fra degli alberi, faccia cadere dei cavalli e decapiti un uomo, e poi venga tolta da Zagor semplicemente tirandola con due dita, ma concentriamoci sulle pagine da 70 a 79 dell’albo La rivolta dei Mohawk.
Cominciamo con la morte di Mano Ferma.
Qualcuno sa perché il capo dei Mohawk non sia Tonka?
Mi sono preoccupato di spiegarlo, e mi si scusi l’ardire.
Robert Gray poi dà un pugno sull’avambraccio sinistro di Zagor (vignetta 1 di pagina 71) e Zagor dice che gli ha rotto il braccio, tenendosi un punto vistosamente più in alto rispetto a quello del colpo.
Ma diamo per scontato che Donatelli abbia disegnato troppo in basso un colpo che, secondo Nicolai, doveva essere stato inferto al braccio. Zagor pensa, chiaramente: "Mi ha spezzato il braccio!". Dunque il nostro eroe ha il braccio sinistro rotto. Ora, a parte il dolore, avere il braccio sinistro rotto significa che difficilmente uno torna a fare quello che faceva prima, soprattutto in un’epoca senza cliniche ortopediche. È incredibile pensare che Zagor possa tornare a dare pugni, sollevare pesi, volare di ramo in ramo, con i postumi di una frattura al braccio non curata con tecniche moderne. Ma ovviamente, sospendiamo l’incredulità. È chiaro però che è più ragionevole pensare che Zagor abbia sentito un così forte dolore da ritenere per un momento che il braccio possa essersi rotto ma poi per fortuna così non è stato. Mi domando perché il cercare di spiegare questo sia revisionismo o spiegazionismo, ma tant’è. Andiamo avanti.
Zagor ha il braccio sinistro rotto: lo direste mai, vedendo come si appoggia a terra nella vignetta 1 o nella 2 di tavola 73? E ci sono forse segni di sofferenza o di ingessatura nel finale a tavola 79?
Tutto depone in favore dell’ipotesi che in realtà il braccio non si sia rotto, ma che Zagor ne abbia solo avuto l’impressione. Mi pare che spiegarlo con un "quasi" come ho fatto io ("Mi ha QUASI spezzato un braccio") sia il minore dei mali. Invece noto che per alcuni anche un "quasi" è eccesso di revisionismo e di spiegazionismo.
Parliamo ora del piano di Robert Gray di avvelenare "la sorgente d'acqua" da cui attingono i soldati di Fort Brendon (misteriosamente cambiato in Fort Benton dallo sceneggiatore). Quel che si vede, là dove Gray cerca di rovesciare il suo veleno, è però un fiume impetuoso. Non una sorgente. È un fiume impetuoso quello che porta via Gray a pagina 78. E si parla di fiume nei dialoghi di pagina 79, un fiume tanto impetuoso che "nemmeno con il cavallo più veloce" si potrebbe batterne la corrente. Dunque, acqua fluviale che scorre a pieno regime. E si pensa di avvelenare un fiume con il contenuto di un’anfora? E se anche l’anfora contenesse del veleno potentissimo, l’acqua non lo diluirebbe prima e non lo porterebbe via poi in tutta velocità? Come si può pensare infine che i soldati attingano proprio mentre passa il veleno?
È logico che Gray abbia pensato piuttosto di avvelenare il pozzo da cui attingono a Fort Brendon, e che l’anfora non sia in riva al fiume per esservi rovesciata dentro ma solo in attesa di essere trasportata a valle dallo stesso "alchimista", fino appunto al pozzo dentro il recinto del Forte, grazie a un suo stratagemma per entrare all’interno della palizzata.
Anche questo ho cercato di spiegarlo.
E che dire di Cico che non usa mai la pistola che pure impugna chiaramente a pagina 70? È logico che non intervenga mai mentre Zagor viene pestato a sangue e minacciato di morte? È sbagliato cercare di giustificarne il comportamento?
A mio avviso è anzi indispensabile.
Mi si perdoni se lo scrupolo di dare una simile spiegazione può aver disturbato chi non tollera i balloon dei pensieri.
Ed è giusto mostrare Zagor che spara a un uomo disarmato o armato di armi bianche? E che gli spari tranquillamente a tutte e due le braccia?
Come minimo si deve cercare di capire come possa convincersi e convincere gli spettatori che quel che fa è giustificato.
Perché, già, le spiegazioni che Zagor si dà a voce alta servono soprattutto a convincere i pellerossa, che fino a poco prima erano alleati con l' "alchimista".
E che dire di Zagor che rincorre il suo terribile avversario, che scappa a gambe levate sparandogli come nelle gag di Cico per costringerlo a gettarsi in acqua? Perché Zagor deve desiderare che Gray si butti nel fiume? Eppure è esattamente quello che egli vuole da quanto si deduce dai dialoghi di pagina 75. Capisco che sono dialoghi non spiegazionistici e dunque apprezzabilissimi, però scusatemi ma la mia razionalità mi impone di cercare di immaginare il perché di tutto questo e, se possibile, illustrare agli altri le mie conclusioni”.

Da ultimo, alla domanda se fosse stata sua o di Chiarolla l’idea di dare al personaggio del soldato che nasconde Cico i connotati di Bud Spencer, Moreno rispondeva:

È andata così: ho scritto che il soldato doveva avere una barba "alla Bud Spencer", e Chiarolla si è divertito a fare Bud Spencer direttamente. Tutto questo non ha alcun rapporto con la storia, ovviamente”.

3 commenti:

  1. Un cattivone con mani artificiali cardine di una revisione di finale. Immagino che non fosse nelle intenzioni degli ottimi Morbur ed Alex Chiarolla, ma non posso non vedere una metafora del progressivo - anche nel fumetto mainstream - allontanarsi dal racconto in cui tutte le falle sono tappate a favore di uno sceneggiatore non onniscente che sceglie di non popolare i balloons e le didas di pensiero demandando al disegnatore il compito di far recitare i personaggi. Per quel che vale , trovo che la seconda opzione sia interessante persino quando il cartoonist non è particolarmente abile nel restituire il linguaggio del corpo perchè questa ambiguità crea percorsi in cui il lettore può perdersi fino a creare dei twist non previsti dallo sceneggiatore. Una storia non nota nemmeno in chi la scrive come in una variante dello special di Dylan Dog Il Club dell'Orrore di Sclavi /Roi. Credo però che Zagor - che è comunque cambiato dopo il passaggio di Mobur e Boss Boselli adeguandosi ai tempi pur rispettando i classici - sarà sempre un fumetto in cui sia sempre chiaro cosa pensa chi. Il suo lettore non apprezza altra liturgia e Steve King ha già detto tutto quanto si poteva dire con la sua Misery sui margini di manovra leciti quando si scrive il copione di un eroe seriale...

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  2. Non capisco il sarcasmo dell'autore che si ritiene, con ironia, "inferiore" a Nicolai, da cui ha (sempre con ironia)"tutto da imparare". Faccio notare che anche Nolitta aveva fatto errori clamorosi, come il notaio che nella storia "Il buono e il cattivo" riusciva a precedere i due cugini davanti alla meta. Eppure quella storia è ricca di emozioni! Non diciamo che è meglio una storia emozionante ma sballata, se è possibile è meglio avere entrambe le cose. Però c'è un dato di fatto: Robert Gray è stato un bel personaggio, un avversario tosto degno di Zagor. E' facile poi fare i "supervisori". Anch'io, con il senno di poi, potrei andare a sistemare, raddrizzare, limare. Però un conto è costruire una casa, un conto è fare le rifiniture.

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    1. A me non sembra di aver notato alcun scarcasmo né ironia nelle parole di Burattini... Mi sembra che il concetto che lui esprime sia quello che, pur nel rispetto del precedente sceneggiatore in quanto tale, ha dovuto cercare di porre rimedio a delle - a suo giudizio - incongruenze della storia...

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