La vicenda inizia sotto
i peggiori auspici: una nave negriera viene violentemente assalita nel mezzo di
una tempesta oceanica da un’orda di spaventosi e spietati uomini-pesce. L’orrore
si sposta rapidamente sulla costa, dove Zagor e Cico incrociano la propria
strada con una vecchia e graditissima conoscenza: Edgar Allan Poe, lo scrittore
e carismatico agente della base segreta di Altrove.
Poe è sulle tracce di un
antico manufatto, il Sigillo di Dagon, capace di risvegliare entità sepolte sul
fondo dell’oceano da eoni. Da questo incipit si sviluppa un inseguimento
disperato che costringe lo Spirito con la Scure ad abbandonare la terraferma
per imbarcarsi in un viaggio sottomarino senza precedenti. I protagonisti
scopriranno l’esistenza di un vero e proprio regno sommerso dominato dal redivivo
barone Wolfingham e strutturato attorno alla ciclopica e inquietante città
sommersa di Y’ha-nthlei.
Tra antiche fortezze
marine e patti oscuri sigillati nel sangue, Zagor dovrà attingere a tutte le sue
capacità per impedire che l’orrore degli abissi risalga in superficie.
* * *
Ci sono storie di Zagor
che, appena le leggi, ti riportano a quel momento preciso in cui hai capito
perché questo personaggio ti avrebbe accompagnato per tutta la vita. Per me, la
saga che va dal n. 783 al n. 786 della collana Zenith (Zagor Gigante 732/735) è
stata esattamente questo: un ritorno a quella scintilla originaria, ma con una
tonalità nuova, più oscura, più abissale, più vicina alle letture che hanno
formato la mia immaginazione adulta.
Leggo Zagor da decenni, e
ogni volta che il personaggio lascia Darkwood per affrontare “altri territori”,
avverto una “risonanza” particolare. È come se la serie, pur restando fedele
alla sua identità, si aprisse a un respiro più ampio, più letterario. E qui,
con Dagon (il dio mesopotamico ripreso da Lovecraft nel suo omonimo racconto
scritto nel 1917), con Y’ha-nthlei (la città sottomarina costruita dagli
Abitatori del Profondo poco lontano dalla costa del Massachussets di cui
Lovecraft ci narra nel racconto La maschera di Innsmouth del 1931), con
il mare che non è solo scenario ma mito e minaccia insieme, quella risonanza si
è fatta nuovamente sentire.
Da appassionato di
Lovecraft, poi, questa saga mi ha toccato in un punto molto preciso: quello in
cui l’avventura incontra l’ignoto cosmico, dove il mistero non è solo un enigma
da risolvere ma una vertigine che ti guarda dall’abisso. Ho ritrovato l’eco delle
mie prime letture del Solitario di Providence, ma filtrata attraverso la
sensibilità zagoriana: niente nichilismo assoluto, niente disperazione cosmica,
ma un confronto etico con il potere, con la conoscenza, con ciò che l’uomo può
o non può permettersi di risvegliare.
E così, mentre seguivo
Zagor, Cico, Poe, Nemo, Cain e gli altri personaggi in questo viaggio sottomarino,
mi sono accorto che stavo leggendo non solo una storia ben costruita, ma una
storia che parlava anche a me, alle mie passioni, ai miei riferimenti letterari.
Una storia che mi ricordava perché continuo a cercare in ogni nuovo albo quella
scintilla che unisce avventura, mistero e riflessione.
Questa saga, per me, è
stata esattamente questo: un ponte tra il lettore che sono sempre stato e
quello che sono diventato.
La storia di cui parliamo è
una vera e propria “mini–saga” marittima e lovecraftiana, che porta Zagor e
Cico fuori dai boschi di Darkwood per calarli in un orrore oceanico fatto di
naufragi, culti antichi, regni sommersi e poteri che non dovrebbero mai essere
risvegliati.
Il primo albo, “Il
sigillo di Dagon” si apre con un naufragio di rara potenza visiva: una nave
negriera travolta da una tempesta primigenia, mentre dal mare emergono creature
ancestrali che massacrano l’equipaggio.
In questo contesto
incontriamo due fratelli, salvati dai flutti ma destinati a percorsi
divergenti: uno attratto dal richiamo del mare e dei suoi poteri, l’altro più
legato alla dimensione umana.
Parallelamente, Zagor e
Cico si ritrovano coinvolti nella lotta di un sovrano spodestato, Sealord, mentre
Edgar Allan Poe - con tanto di corvo - entra in scena come coscienza critica e
ponte letterario tra avventura e gotico.
Il secondo capitolo, la
discesa verso “Il regno sommerso”, approfondisce le conseguenze del
naufragio e prepara la discesa verso Y’ha-nthlei: il conflitto metafisico tra
superficie e abissi si definisce meglio, mentre Poe diventa un “coro tragico”
che commenta gli eventi e li ricollega alla tradizione dell’orrore letterario.
Questo albo è il ponte che trasforma l’orrore episodico in una saga
strutturata, dove ogni personaggio (buono o cattivo che sia) porta con sé un
segreto o una ferita.
Con la terza parte, “Wolfingham!”,
la discesa nel regno degli abissi entra nel vivo. Zagor e compagni approdano al
cuore della città sommersa, dove il piano di Wolfingham prende forma: una
minaccia che usa il sapere degli abissi come arma di dominio.
Il tema centrale è il
rapporto tra conoscenza e potere: il sapere può salvare o distruggere, a
seconda di chi lo maneggia e con quali principi.
La coralità dei personaggi
è uno dei punti di forza: Zagor resta protagonista, ma non fagocita la scena.
Ogni figura ha un ruolo, un obiettivo, un conflitto.

Le prime 34 pagine del
quarto albo, “Lo scrigno di Davy Jones” (the Davy Jones’ locker è
una metafora per indicare “il fondo del mare” o “una tomba in fondo al mare”,
inteso come luogo in cui riposano i marinai morti e luogo in cui finiscono navi
e tesori), chiudono la saga portando a compimento tutte le linee narrative: lo
scontro finale con Wolfingham, non solo fisico ma “ideologico”; il destino dei
due fratelli Kwako e Akin, specchio delle scelte compiute lungo il viaggio; il
ruolo di Zagor come difensore dell’equilibrio tra mondi. Qui non ci si limita a
chiudere la trama: viene lasciata aperta la possibilità di un prosieguo (chi
sarà quel “Lui” che Wolfingham dichiara essere ancora vivo e che tonerà? Forse
Dagon stesso?) oltre che per il lettore una riflessione sul rapporto tra uomo e
ignoto, tra scienza e mito, tra giustizia e vendetta.

Giorgio
Giusfredi si conferma un solido sceneggiatore, capace di intrecciare
più livelli narrativi senza perdere in limpidezza. L’avventura da lui scritta unisce
le atmosfere lovecraftiane al classico sense of wonder della tradizione
zagoriana, gettando l’eroe in un incubo claustrofobico dominato da abissi
insondabili e minacce ancestrali. Il punto di forza del suo lavoro risiede
nella capacità di ibridare i generi: la narrazione fonde il poema romantico/marittimo
(evidenti i richiami a Coleridge e alla sua Ballata del vecchio marinaio)
ai racconti di Poe e all’horror cosmico di Lovecraf. E non dimentichiamo la
comicità di Cico: nonostante i toni cupi, Giusfredi
non dimentica il DNA nolittiano laddove gli interventi del piccolo messicano
alleggeriscono la narrazione nei momenti giusti senza spezzare l’atmosfera
orrorifica, con una vis comica moderna ma rispettosa della tradizione.

Dal canto suo, Marco “Will” Villa offre una prova davvero incisiva:
il mare è protagonista visivo tanto quanto i personaggi, con tavole che
alternano claustrofobia degli abissi e vastità dell’oceano; la resa delle ombre
e delle texture sottomarine sono eccellenti; le creature degli abissi (gli
uomini-pesce) sono viscide, minacciose e spaventose al punto giusto, disegnate
con un tratteggio fitto che esalta la loro natura mostruosa senza mai scadere
nello splatter gratuito.
Un plauso va anche ad Alessandro Piccinelli, le cui copertine per
questo ciclo (in particolare quella evocativa del numero 783) catturano
perfettamente l’essenza della saga.
Giunto all’ultima pagina,
ho avuto quella sensazione che solo certe storie di Zagor riescono a darmi: la
percezione di aver attraversato un territorio che non appartiene solo
all’avventura, ma anche alla memoria. Una memoria mia, quella di un lettore che
ha passato anni a inseguire il mistero nelle storie zagoriane, e una memoria
più antica, quella che Lovecraft ha scolpito negli abissi del suo immaginario.
Questa avventura dimostra
che Zagor è un personaggio capace di muoversi in ambienti molto diversi, senza
perdere la sua identità. Può affrontare culti oceanici, città sommerse, poteri
che sfiorano il cosmico, e restare comunque l’eroe che si mette tra il mondo e
l’abuso di potere.
E forse è per questo che
continuo a scrivere su Zagor e altro…: perché ogni tanto arriva una
storia che non solo intrattiene, ma riapre un dialogo con le mie passioni più
profonde. Una storia che mi ricorda perché, da lettore di lunga data e da
amante di Lovecraft, torno sempre qui, a cercare quell’equilibrio fragile tra
meraviglia e inquietudine.
Finché ci saranno storie
così, per me il viaggio con Zagor non finirà mai davvero.