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venerdì 29 dicembre 2023

LA PERLA MISTERIOSA (ZAGOR COLOR 18)

Zagor e Cico giungono a Port Whale dopo aver ricevuto una lettera in cui il capitano Fishleg, in viaggio per mare, chiede loro di vigilare su sua nipote Virginia, che sembra essersi cacciata nei guai… e in effetti, la ragazza si trova coinvolta nella caccia a una perla dai riflessi color sangue, da cui dipende il destino di un regno nelle lontane regioni del Sud Est Asiatico, e su cui in parecchi vogliono mettere le mani… dayaki inviati dal raja di Sarawak, nomadi gitani, una principessa malese, un gigantesco cinese, un misterioso avventuriero inglese…

Ultima recensione zagoriana del 2023: l’universo salgariano confluisce in quello zagoriano!

In questo Zagor Color il già collaudato duo Samuel Marolla e Paolo Bisi (Hellgate brucia!, Spettri per “Digging” Bill e Zombi a Darkwood) ci propongono una bella storia avventurosa in cui lo Spirito con la Scure, giunto in aiuto di Virginia (la nipote del capitano Fishleg) per recuperare un gioiello chiamato “La Perla Sanguinosa”, incrocia la sua strada con colui che diverrà il braccio destro di Sandokan: Yanez De Gomera!

Inoltre la storia è colma di altri “richiami” salgariani: Mompracem, Sarawak, Labuan, Sandokan stesso che compare in penombra nell’ultima striscia… c’è persino una tigre coprotagonista! Insomma, una manna per gli appassionati del ciclo della Tigre della Malesia ma anche per il “normale” lettore di storie di pura avventura.

Inseguimenti, agguati, colpi di scena si susseguono tenendo il lettore incollato alle pagine dell’albo, ricco di dialoghi e situazioni brillanti. Divertentissimo anche Cico che torna a travestirsi un paio di volte come era uso di Nolitta.

A parte qualche volto di Zagor non sempre riuscitissimo (a mio parere), molto bravo si dimostra Paolo Bisi sia nel disegnare i personaggi sia nell’illustrare le scene più interessanti della storia (ad esempio l’atmosfera notturna a Port Whale, l’incendio sulla nave del sultano, l’accampamento dei gitani).

Al netto della mia recensione, ritengo invece particolarmente interessante lo scambio di chiarimenti, in merito a questa storia, che ha avuto luogo sul Forum www.spiritoconlascure.it tra alcuni utenti e lo sceneggiatore Samuel Marolla. Talmente interessante che voglio proporvelo qui di seguito…

Il forumista Wakopa pone questa osservazione: “Effettivamente posticcio e fastidioso il pippone femminista con tanto di citazione storica; questo credo che attenga più che ad un contagio da parte del curatore, proprio ad un’attitudine dell'autore ad inserire forzatamente linguaggi e temi correnti, che suonano davvero fastidiosi in un fumetto vintage ambientato nell’800. Ma con le critiche mi fermo qui, perché la storia è davvero bella, sicuramente una delle migliori del 2023.

Samuel Marolla risponde: “Devo discolpare invece la cura editoriale. Il pippone è mio. Volevo proprio una Virginia femminista antelitteram e, avendo lei studiato, ci sta che conosca invece le citazioni della Wollstonecraft (peraltro madre della più famosa Mary Shelley, autrice di Frankenstein). Si tratta naturalmente ANCHE di una strizzata d’occhio ai tempi moderni. Secondo me ci sta, nel rapporto tempestoso che ho voluto creare fra lei e Zagor in quest’albo. La cura editoriale invece mi ha censurato un epiteto salgariano, il CANE IDROFOBO che Yanez usava spesso per insultare i nemici”.

In merito allo stesso argomento il forumista MarioCX osserva: “Mi sia consentito dire che francamente questi atteggiamenti delle "personagge"(*) bonelliane li trovo troppo ossequiosi verso ideologie che girano di questi tempi laddove tutti si genuflettono acriticamente alle peggio stupidaggini e tuoni e fulmini a chi esce dal coro con la più pacata e timida obiezione. Probabilmente non avrei mai dovuto fare questo post perché adesso verrò accusato di ogni nefandezza "patriarcale" o peggio, ma tant'è. Dite un po' quello che volete. (*) Si leggono ogni dove termini come "ministre", "avvocate", "notaie" perché non si potrebbe usare "personagge"? Il più è capire o meno se ci vuole la "i", un dilemma che non mi leverà il sonno. Ah! Trent’anni fa invece la moda lessicale vietava con stizza e rabbia la declinazione al femminile, il diktat era di nominare solo la carica e quindi una donna era "ministro", "avvocato" "notaio"”.

Samuel Marolla ha risposto: “Guarda, Mario, io sono molto critico sulla deriva woke americana (che ormai da tempo sfiora, persino peggiorando se stessa, anche l'Italia). Però allo stesso tempo ritengo che gli estremismi woke non debbano ottenere l’effetto opposto, cioè quello di non valorizzare una nuova sensibilità di oggi molto diffusa da parte del pubblico, e, in questo caso, quella di vedere personaggi femminili (oppure minoranze etniche o di orientamento sessuale) maggiormente rappresentati nel fumetto moderno. È anche per questo che - salvo smentita - credo di aver inserito, per primo, dei personaggi gay in Zagor. Forse è stato poco notato, ma si tratta di una coppia di uomini che sfugge dall'assedio zombi in "Zombi a Darkwood". Non è questione di piegarsi a una moda sbagliata, bensì di includere appunto anche sensibilità di persone che finora erano state poco rappresentate. Inoltre, Virginia è Virginia. È una ragazza intelligente, intraprendente (beffa Zagor al loro primo incontro), colta, energica, e con un carattere forte; ricordiamoci che è stata LEI a trascinare Zagor su quella famosa scialuppa per appoliparselo... Quindi non trovo in alcun modo dissonante, a livello narrativo, l’esplorare maggiormente il carattere effervescente di Virginia soprattutto considerando che il Color è a lei dedicato. Avendo studiato in un collegio ed essendo una ragazza molto sveglia, non è così strano che si sia interessata dei diritti delle donne, tema che appunto è nato ben 50 anni prima delle vicende narrate. Io la vedo così, indipendentemente da mode del momento (che non mi interessano granché)”.

E ancora…

Ripeto: sono contrario all’ideologia woke, che sta creando disastri clamorosi. L’ideologia woke è un estremismo e, come tutti gli estremismi, fa danni. Ma questa ideologia va tenuta concettualmente ben distinta dalla moderna sensibilità narrativa (sia dei fruitori che, in conseguenza, degli autori) che, secondo me molto giustamente, tende a essere inclusiva nei confronti di gruppi o categorie di persone storicamente marginalizzate (o mal rappresentate) nei prodotti di entertainment, fumetto compreso. Ribadisco anche che Virginia non è mai stata una damigella in pericolo che sta chiusa in casa a fare l’uncinetto aspettando l’eroico salvatore. Ha studiato, è intelligente, è sveglia, ha viaggiato molto e ha amici di ogni etnia; quindi si presume che conosca il mondo, e che conosca le eventuali tendenze culturali dell’epoca. Il manifesto per i diritti delle donne della Wollstonecraft è di 50 anni prima, e intorno al 1870 alcuni stati americani avevano già allargato il voto alle donne, quindi evidentemente se ne parlava. Pertanto è non solo possibile ma è anzi probabile che un personaggio come Virginia conoscesse queste tendenze e ne fosse favorevole”.

Il forumista Carlo Monni interviene, poi, per contestare alcuni errori: “Mi perdoni Marolla, ma qui vorrei sottolineare alcuni errori storici, geografici e non solo presenti nella sua storia, che peraltro ho apprezzato molto: 1) Sarawak non è un'isola, ma uno Stato costiero del Borneo oggi appartenente alla Federazione della Malaysia e confina via terra con il Sabah, altro Stato malese, e con il Brunei. 2) James Brooke non ha affatto sobillato le rivolte interne al Sarawak, ma ha anzi aiutato il suo governatore, zio del Sultano del Brunei e fu quindi nominato nuovo governatore di Sarawak e nel 1844 Sarawak fu resa indipendente dal Brunei e Brooke elevato a Rajah come ricompensa per aver rimesso sul trono il legittimo Sultano detronizzato da un colpo di stato. Qui è difficile stabilire la verità perché le fonti discordano: secondo alcune di esse si trattò di un atto volontario del sovrano mentre secondo altre fu imposto da Brooke con la forza. 3) A quanto pare, né Brooke né i suoi successori furono dei tiranni, non nel senso tradizionale del termine almeno: governarono in maniera paternalistica, ma rispettando i diritti delle tribù native e servendosi di un Consiglio di Capi come organo consultivo. L'ultimo erede al trono di Sarawak, Anthony Brooke, si oppose senza successo alla cessione di Sarawak al Regno Unito come colonia nel 1946. 4) James Brooke fu nominato Cavaliere Comandante dell' Ordine del Bagno nel 1847 e poté quindi fregiarsi del prefisso Sir davanti al nome. Il 1847 è un po' troppo avanti per la cronologia di Zagor, ma non facciamo i sofisti. 5) Il titolo di Lord prima del cognome si usa solo per i Pari del Regno. Per i Cavalieri si usa sempre e solo Sir davanti al nome proprio. Quindi, niente Lord Brooke, ma Sir James o semplicemente Brooke”.

Samuel Marolla replica prontamente: “1) come ho già evidenziato, la definizione di "isola" per Sarawak è stata inserita in post editing, non è mia. 2) 3) 4) 5) se la prenda con Salgari, non con me. Io mi sono limitato a inserire personaggi, vicende, trascorsi, contesti salgariani. James Brooke è il super villain della saga di Sandokan, e Zagor, opera di finzione (a meno che lei non mi dica che Darkwood esiste veramente), qui incontra appunto l'opera di finzione salgariana, non i libri di storia. Non siamo nella vita vera. "That's the fiction baby!" (semicit)”.

Il forumista Carlo Monni pertanto risponde: “Che tu avessi ripreso da Salgari era evidentissimo ed in Salgari abbondano le contraddizioni cronologiche si sa. Se la cosa mi desse fastidio non sarei stato un suo avido lettore tradizione di famiglia peraltro, fin da bambino e non sarei nemmeno un affezionato lettore di Zagor da più di 57 anni. La cosa che mi ha dato veramente da pensare è la citazione di Brooke come Sir James che daterebbe la tua storia al 1847, un po' troppo in là secondo me. La saga di Sandokan inizia ufficialmente nel 1849, anno di ambientazione de "Le Tigri di Mompracem", e non ci sono problemi, ma per Zagor il periodo è un po' troppo in avanti. La prendo come una licenza poetica. Ciò che mi preme comunque dirti è che hai fatto un gran bel lavoro. Sono contento che tu abbia inserito Sandokan nel mondo zagoriano e ti dico che sarei molto deluso se la cosa non avesse un seguito”.

L’ultima parola la lasciamo a Samuel Marolla: “Tutto chiaro e non discuto sui dettagli, non sono un saggista né uno storico. La sintesi del mio pensiero è un po' grossolana: diciamo che come autore, alla coerenza storico-geografica al 100% prediligo molto di più far galoppare la fantasia, pur rimanendo in un CONTESTO storico-geografico corretto e documentato. Evidentemente sono salgariano dentro”.

Chiudo osservando da parte mia: che bello sarebbe se tutte le critiche/osservazioni alle storie zagoriane da parte degli appassionati e le repliche degli autori si svolgessero in questo modo pacato e civile…

Buon Anno Nuovo a tutti!!!

 


venerdì 30 dicembre 2022

Ultime recensioni dell’anno (Zagor Gigante 686/688 + Zagor Più 7 + Color Zagor n. 16)

Complici un accavallarsi di situazioni lavorative

e la mia innata pigrizia, in questi ultimi tempi

sono rimasto un po’ indietro con le recensioni

degli albi zagoriani.

Ecco allora che, ormai giunti alle soglie del nuovo anno,

commenterò brevemente qui di seguito l’ultima avventura completa

apparsa nella serie regolare, lo Zagor Più n. 7

e il Color Zagor n. 16.

 

MASSACRO!

Rufus Dowler, un folle assassino, membro di una famiglia di naufragatori affrontata in passato da Zagor a Sandag Bay, è fuggito dal manicomio criminale dove era rinchiuso e sta cercando Norah, la figlia dell’ex sceriffo di Sandag Bay, Abe Kirk, dal cui ricordo è ossessionato. Abe e Norah arrivano a Darkwood in cerca dell’aiuto dello Spirito con la Scure, che si getta sulle tracce dell’assassino seguendo una lunga pista di sangue.

Il folle Rufus Dowler giunge a Warren Town, dove, Zagor e lo sceriffo del luogo, Bill Parson, gli hanno teso una trappola per catturarlo, facendo riparare la donna e suo padre in una capanna nascosta in una gola.

Ma nella vicenda entrano in scena anche una banda di Delaware, ribelli guidati da Becco di Corvo e da Volpe Nera (che si oppongono al saggio sakem Tuono Rosso), e la spietata Mama Jane con la sua famiglia di contrabbandieri di whisky, i Crow. Rimasto ferito in uno scontro, Rufus è stato soccorso e curato da questi criminali, che lo ricoverano nella loro capanna. Sulle loro tracce, Zagor i guerrieri di Tuono Rosso giungono sul luogo, ma i criminali hanno una inaspettata carta da giocare…

Diciamo subito che non si tratta di una delle più riuscite storie di Jacopo Rauch.

Sebbene la figura del maniaco serial-killer, stolido e omicida, (di chiara ispirazione hollywoodiana, si pensi al Jason Voorhees di “Venerdì 13” o al Michael Myers di “Halloween”) si possa dire una novità nella saga zagoriana e la storia in sé sia scorrevole e di piacevole lettura (Rauch il suo mestiere lo sa comunque fare bene), si tratta in realtà di una storia di pura azione il cui svolgimento è abbastanza prevedibile.

Vi sono naturalmente anche aspetti apprezzabili: la famiglia disfunzionale della spietata Mama Jane (la vera cattiva della storia) che in certi momenti “ruba” proprio la scena; la trama che appare concludersi al termine del secondo albo salvo poi riprendere vigore con una situazione completamente ribaltata a vantaggio dei “cattivi”, per poi concludersi (di nuovo) positivamente per Zagor e i suoi alleati; il finale che sa toccare le corde giuste del cuore e porta a riflettere anche sulla natura di un assassino seriale e sui motivi che lo abbiano portato a divenire tale.

I disegni del salernitano Luigi Coppola (proveniente dalla “scuderia” di Martin Mystère) sono quanto di più classico ci possa essere, tanto da avermi ricordato il Torricelli prima maniera, con posture e rifacimenti pedissequamente “ferriani”. Forse un po’ poco dinamici, ma leggibili e puliti.

* * *

LA MACCHINA DEL TEMPO

Questo volume presenta per la quarta volta in questa collana (che, lo ricordo per i più distratti, ha sostituito il “vecchio” Maxi Zagor) il format ormai famoso noto come “I racconti di Darkwood”: una serie di brevi avventure racchiuse da una storia “cornice” che funge da incipit, raccordo e chiusura. Il titolo complessivo di questo albo è La macchina del tempo.

Sotto la consueta copertina del bravissimo Alessandro Piccinelli troviamo quattro storie brevi narrate da Zagor e Cico a un gruppo di persone inviate dalla base di Altrove, del quale fanno parte i già conosciuti Jesse e Roberts, convocati dallo Spirito con la Scure per indagare su uno strano fenomeno che coinvolge una macchina del tempo approdata a Darkwood dal futuro. Li ascolteremo narrare di un villaggio dove regna la follia, di un ragazzo indiano alla ricerca del suo Spirito Guida, dell’orrore celato sul fondo di un oscuro crepaccio, di un uomo venuto dal futuro… il tutto in un susseguirsi di mistero ed avventura!

Tutti i racconti sono accomunati da un’ambientazione horror, fantascientifica o, comunque, misteriosa.

La “storia cornice” scritta da Antonio Serra, funge qui, più che nei numeri passati, da mera occasione per la narrazione delle altre avventure. I disegni, di stampo decisamente classico, sono dell’habitué Stefano Voltolini. Il momento più divertente e significativo mi è sembrato il “ridimensionamento” dell’egocentrico uomo d’azione Muldoon.

Il primo racconto, “La piantagione dell’orrore, vede protagonisti Zagor e Cico che devono confrontarsi con un intero villaggio i cui abitanti hanno perso il senno a causa di un esperimento scientifico troppo azzardato e che, indossando maschere di cinghiale, catturano le persone per seviziarle e ucciderle. La sceneggiatura è di Francesco Testi mentre i disegni sono affidati a un disegnatore storico della scuderia zagoriana: Raffaele Della Monica. Nella storia ho trovato dei “richiami” al racconto kinghiano “I figli del grano” e la scoperta del diario del dottore mi ha ricordato lo stesso escamotage usato da Nolitta ne “L’uomo lupo”.

La seconda storia, “Territorio shawnee, sceneggiata da Antonio Zamberletti, è la più “poetica” dell’albo ed è narrata su due piani temporali, attingendo a piene mani dalla mitologia pellerossa e presentando due personaggi davvero interessanti: Janek Vaslav e il ragazzino shawnee Ehly. I disegni sono di un altro decano degli illustratori zagoriani: il sempre bravo Marco Torricelli.

La fossa di Moreno Burattini è – a mio avviso – la storia migliore del volume. Zagor deve confrontarsi con un feroce tribù di indiani che è solita sacrificare i propri prigionieri gettandoli in una “fossa dell’orrore” (nulla, comunque, di soprannaturale). Ai disegni troviamo Paolo Bisi (non lo vedevamo da un po’) che è bravissimo ad utilizzare la tecnica della mezzatinta con acquarelli grigi, impreziosendo così ancor di più il racconto.

Il disegnatore dal tratto più innovativo è il cagliaritano Fabiano Ambu (proveniente da Dampyr, qui alla sua prima prova zagoriana) che troviamo a illustrare l’ultimo racconto intitolato L’uomo venuto dal futuro”, la cui sceneggiatura è sempre di Antonio Serra. La storia si ricollega direttamente a quella della “cornice” e ci narra di come Zagor, con l’aiuto di un marchingegno consegnatogli da Roxton (un uomo proveniente dal futuro) riesce ad avere ragione di Zellar (altro uomo della stessa linea temporale del primo) che vorrebbe uccidere lo Spirito con la Scure per impedirgli di sconfiggere Hellingen e dargli modo di dominare il mondo!

* * *

Il mio giudizio sul volume nel suo complesso è sostanzialmente positivo. Anche l’ultima storia, quella fantascientifica, che avrebbe potuto far storcere il naso agli zagoriani più tradizionalisti, in realtà è davvero ben scritta e – comunque – è ambientata a Darkwood in un contesto ben consueto, ha degli agganci di continuity con la saga di Hellingen e (fortunatamente) non è Zagor ad essere spedito a “spasso nel tempo”…

* * *

 LA NAVE VOLANTE


La città atlantidea di Ol Undas, rimasta celata per millenni sulla cima di una altissima rupe, è stata distrutta (e tutti i suoi abitanti uccisi) da mostri creati artificialmente da Saltur, uno scienziato intenzionato a farne il suo esercito personale per prendere il potere e partire alla conquista del mondo.

Per sgominare la minaccia dei mostri rimasti sulla torre di pietra, guidati da un capo primate chiamato Serkis che sembra dotato di intelligenza superiore, Zagor e Scarlet (la figlia adottiva del pioniere del volo Icaro La Plume) guidano fino a Ol Undas una macchina volante progettata dal Barone, scortati da una squadra di militari e da uno scienziato di Altrove.

Trattasi del terzo e ultimo episodio della mini-saga ambientata ad Ol Undas, un insediamento atlantideo rimasto per millenni nascosto sulla cima di un’altissima rupe.

La prima puntata risale al 1990 con “La città sopra il mondo” (Zagor Speciale n. 3), una storia sceneggiata da Marcello Toninelli e illustrata da Gallieno Ferri; a trent’anni esatti di distanza Moreno Burattini e Mirko Perniola hanno pensato di dare un seguito a quella prima avventura per celebrarne l’anniversario e per spiegare alcune questioni rimaste in sospeso (“Il rapimento di Icaro La Plume” – Color Zagor n. 11).

Con il presente Color (disegnato, come il precedente del 2020, da Fabrizio Russo e sceneggiato dal solo Mirko Perniola) vengono tirate le fila della vicenda e portate alla loro conclusione.

Devo dire che, in buona sostanza, la trama non si discosta di molto dai plot precedenti (continui scontri con i mostri della città, che per l’occasione sono riusciti a scendere sul territorio americano e minacciano l’inerme popolazione civile). Nulla di speciale, quindi, se non il fatto di scoprire che lo scimmione intelligente Serkis (il cui nome è un omaggio all’attore che ha impersonato lo scimmione Cesare nel nuovo franchise de “Il pianeta dele scimmie”) è in realtà il malvagio Saltur imprigionato nel corpo del primate e che alla fine Ol Undas collassa su se stessa per sempre!

Da segnalare, inoltre, che l’ultima pagina presenta una specie di “colpo di scena” allorquando scopriamo che gli scienziati di Altrove hanno recuperato un marchingegno che ha registrato il funzionamento dei macchinari che hanno permesso a un’intera città di auto sostenersi per millenni… e che quindi, nonostante la distruzione della città,  la loro missione è stata comunque un successo!

Ottimi i disegni del sempre bravo Fabrizio Russo.

* * *

In conclusione, auguro a tutti voi un’ottima

fine del corrente anno e un favoloso inizio 2023!!!

 

venerdì 2 settembre 2022

Lo Zagor estivo… fuori serie! (Zagor n. 735bis + Color Zagor n. 15 + Zagor Più n. 6)

 Come in passato, anche quest’anno ho deciso di dedicare un unico post alle recensioni degli albi cosiddetti “fuori serie” usciti quest’estate. Si tratta dello Zagor 735bis, del Color Zagor n. 15 e dello Zagor Più n. 6.

Dico subito che ho apprezzato tutti e tre gli albi, per vari ordini di motivi.

LA VENDICATRICE

 È una giovane donna, è una pellerossa, è una guerriera imbattibile…

Colpisce le sue vittime, bianchi che hanno commesso crimini contro i nativi, firmando le sue imprese con simboli indiani con cui si attribuisce un nome che è tutto un programma: “la Cacciatrice”.

Chi è la misteriosa Vendicatrice che all’improvviso comincia a imperversare nella foresta di Darkwood?

E Zagor… deve cercare di fermarla, o stare dalla sua parte?

Ci fu un periodo in cui, nella vicenda editoriale dei comics americani, nei cosiddetti “Annual” (gli albi di una collana che uscivano una volta all’anno e, molto spesso, fuori continuity rispetto alla serie regolare) veniva presentato un personaggio nuovo di zecca che interagiva con il titolare della testata, a volte come alleato, a volte come avversario. Ciò aveva una precisa finalità: quella di testare il gradimento dei lettori sul nuovo character e, di conseguenza, decidere se poi inserirlo o meno nella continuity delle varie testate (se non, addirittura, creargliene una tutta sua).

Ebbene, ritengo che una “operazione” simile sia avvenuta anche in questo Zagor Bis.

Infatti si può ben dire che, in questo caso, non è tanto importante la storia in sé, bensì il nuovo personaggio della Vendicatrice che viene presentato ai lettori: il personaggio “è” la storia! Dalle premesse di questo albo nasceranno sicuramente delle avventure future che vedranno Linneha e Zagor incrociare ancora le loro strade. Se da alleati oppure da avversari, solo gli sceneggiatori ce lo potranno rivelare.

Nella sua introduzione, Moreno Burattini presenta la Vendicatrice come somigliante alla Elektra della Marvel o alla scotennatrice Minnehaha di salgariana memoria.

Io, in realtà, ho rinvenuto più attinenze con la Cacciatrice (in originale Huntress), eroina/vigilante della DC Comics: Helena Bertinelli, di origini italoamericane, a otto anni ebbe tutta la famiglia sterminata da una banda mafiosa; costretta a un esilio forzato in Sicilia, vi conobbe il suo primo amore, Salvatore, che la chiamava affettuosamente “Cacciatrice”; a dodici anni, per suo stesso volere, le venne insegnato a difendersi e a sparare, e a diciannove anni maturò il desiderio di affrontare il capo della banda che aveva assassinato la sua famiglia e vendicarsi; Helena usò allora l’ingente patrimonio ereditato per servirsi dei migliori addestramenti in campo fisico, mentale, cognitivo e, soprattutto, balistico; quando comprese di non aver altro da imparare, tornò in America e con indosso un costume da supereroina fece arrestare il colpevole dopo averlo reso storpio in una lotta, firmando così la sua prima azione da vigilante e ribattezzandosi col nome datole da Salvatore: “Cacciatrice” (Huntress).

Sarà un caso che il titolo di lavorazione di questa storia zagoriana fosse, appunto “La cacciatrice”?

Sia come sia, questa avventura “introduttiva” della Vendicatrice ha centrato in pieno il suo scopo: una vicenda “speciale”, che diverte, intrattiene piacevolmente e lascia aperte le porte per un approfondimento più articolato di questo nuovo ed intrigante personaggio.



Belli i disegni di Massimo Pesce - che ci sa davvero fare con i personaggi femminili! -, impreziositi da parecchie vignette verticali (una quindicina), soluzioni grafiche particolari (v. pag. 39) e la rottura della “gabbia” (v. pagg. 57 e 91).

* * *

ACQUE ROSSE

Qualcuno o qualcosa sta uccidendo i trapper che si recano al villaggio di Red Lake per vendere o barattare le loro pelli; tutte le vittime sono trafitte da una strana freccia e hanno uno sguardo di terrore impresso sui loro volti.

Qualcuno parla di una strana creatura emersa dal lago, altri danno la colpa agli indiani. In un caso o nell’altro, ciò che sta accadendo sembra avere la sua origine in una vecchia storia di sangue che ha dato nome al lago e al villaggio che sorge sulle sue rive. Zagor, Cico e il trapper Pablo Rochas cercheranno di far luce sul mistero, per porre fine agli omicidi e scongiurare un possibile conflitto con gli indiani.

Scopriranno che c’è davvero qualcosa di terribile e mortale che emerge dal lago, legato al passato di morte e sangue che tinge di rosso le sue acque…

Seguendo solo parzialmente la tradizione, quella secondo cui i Color puntano i riflettori su uno dei comprimari della saga dello Spirito con la Scure, in questa avventura compare, sì, il trapper Pablo Rochas, ma la storia non lo vede esattamente al centro dell’attenzione.

Il vero “evento” dell’albo si può dire che sia il ritorno di Alessandro Russo alla sceneggiatura!

Questo autore (di cui si parla diffusamente nell’introduzione a pag. 4 dell’albo) aveva già scritto tre storie dello Spirito con la Scure pubblicate, rispettivamente, negli anni 1992, 2002 e 2003. Poi era scomparso dai “radar” zagoriani… Eccolo oggi ripresentarsi con una storia veramente appassionante, di ambientazione classica, ricca di tensione e con un mistero a tinte horror (ma poi spiegato razionalmente) da risolvere e dei comprimari davvero interessanti (molto azzeccata la figura del pellerossa Mezzo Uomo, per ciò che poi si rivelerà realmente essere). Se queste sono le premesse, c’è solo da augurarsi che Alessandro Russo sia già al lavoro su altre sceneggiature!

Anche i disegni di Walter Venturi ed i colori di sua moglie Tiziana “Mad Cow” non sono da meno e ci regalano alcune sequenze davvero affascinanti. Ottima la scelta di colorare i flashback in modo uniforme (a volte grigio, a volte seppia), così come le scene notturne e subacquee con prevalenza di tonalità blu. In ogni caso, anche nelle scene diurne mi è sembrato di notare delle sfumature di colore molto più belle del solito, con piacevoli effetti quasi di tridimensionalità.

* * *

LA FRATELLANZA INFERNALE

Antiche leggende africane parlano degli isithfuntela, defunti richiamati in vita grazie a oscuri riti di magia praticati da persone che, nel corso dei secoli e nel loro peregrinare da un angolo all’altro della terra, sono state chiamate semplicemente stregoni.

Uno di loro viene costretto a usare i suoi poteri per strappare alla morte gli uomini di una banda di assassini conosciuta con il nome di Fratellanza, sconfitta e sterminata molti anni prima nei pressi di Darkwood.

I banditi tornati in vita sono accecati dall’odio, invulnerabili alle normali armi e consumati dal desiderio di vendetta. Sulla loro strada trovano Zagor, che li dovrà affrontare e fermare prima che tornino a seminare il terrore a Darkwood.




Anche in questo caso, più che la storia in sé – peraltro interessante e con certi elementi di originalità legati a riti negromantici e risurrezioni di cadaveri abbastanza inquietanti – ciò che in me ha lasciato davvero il segno al termine della lettura è stata la componente malinconica che la narrativa di Antonio Zamberletti ha inserito quasi sottotraccia… come per “La Vendicatrice”, ciò che mi ha davvero appassionato non è tanto la trama principale bensì la caratterizzazione dei comprimari che ruotano attorno alla vicenda.

In realtà, questa, più che una storia horror, è una storia di coppie, di uomini e donne che si amano e che dal loro amore vengono spinti ad agire di conseguenza: il professor Walsh, il cui amore per la defunta moglie Liz lo porta a mettere in moto tutta la vicenda; Svenson, che per salvare la moglie Julie dai suoi rapitori parte al loro inseguimento con Zagor e Cico; Hale, uno dei banditi riportati in vita dalla magia nera, che decide di sfruttare la nuova occasione che gli è stata data per cessare la carriera criminale e cercare invece di rintracciare il suo perduto amore Grace; infine, Ormond e Ann, i due isithfuntela “buoni”, le cui esistenze sono indissolubilmente legate ma destinate a sciogliersi tragicamente.

Ecco, nel tratteggiare i personaggi di cui sopra e le sequenze che li coinvolgono Zamberletti scrive, a mio parere, pagine di intenso lirismo che portano il lettore a riflettere su situazioni che vanno al di là della trama prettamente “avventurosa”. Il tutto coronato da un bellissimo finale dalle connotazioni letterarie… non a caso, il nostro sceneggiatore è anche un romanziere…

Per chiudere sull’aspetto narrativo, mi sono tolto la curiosità di verificare se gli isithfuntela fossero il parto della mente di Antonio o se facessero riferimento a qualche leggenda “documentata”. Se vi interessa, ecco ciò che ho trovato in rete: “Vampiri nel folclore africano. Gli stregoni della Guinea sono in grado di risvegliare i morti, facendoli diventare loro schiavi: detti isithfuntela, sono molto simili agli zombie degli stregoni haitiani e sono in grado di ipnotizzare le loro vittime con il semplice sguardo. Per evitare problemi con il libero arbitrio, gli stregoni piantano nel cervello dei loro schiavi dei chiodi appuntiti”. A livello di battuta, devo dire che non ho invece trovato traccia dell’invocazione usata per la risurrezione… per cui ritengo che quella sia stata completamente inventata dallo sceneggiatore!!! :-D



Dal canto suo, Marcello Mangiantini si sbizzarrisce tra scene grandiose (il naufragio del prologo) e liriche (tutto l’epilogo), con ottimi chiaroscuri nelle scene crepuscolari e notturne, ambienti chiusi molto particolareggiati e costumi d’epoca davvero ricercati nel dettaglio. Solo sui primi piani di Zagor e Cico deve, a mio parere, lavorarci ancora un po’…

P.S. Per chi non l’avesse ancora letta, suggerisco l’interessante intervista ad Antonio Zamberletti che potete trovare a questo link.

 

sabato 16 gennaio 2021

La missione di Drunky Duck (Color Zagor 12)

Drunky Duck, il postino di Darkwood, è stato incaricato di recapitare a una donna di nome Deborah una misteriosa lettera, che a quanto pare interessa a una banda di uomini senza scrupoli, decisi a impadronirsene.

Zagor e Cico, giunti in soccorso del loro amico indiano, scoprono che dentro la busta a lui affidata c’è un messaggio in codice, cifrato secondo uno dei metodi descritti nel Cinquecento dal monaco esoterista Giovanni Tritemio, detto l’Abate Nero.

Inseguiti dai banditi, i nostri amici riescono a raggiungere la destinataria della missiva, e scoprono che…

La storia sceneggiata da Moreno Burattini mi è piaciuta: ambientata a Darkwood, tra boschi e villaggi, con un mistero da risolvere e uno Zagor tutto d’un pezzo nel suo modo d’agire.

Bella la gag di Cico all’inizio dell’avventura e positivo l’utilizzo delle storiche sabbie mobili attorno al rifugio nella palude per intrappolare alcuni dei farabutti di turno.

Il mistero del motivo per cui questi ultimi si accaniscono contro Drunky Duck si infittisce col procedere della narrazione, dal racconto dellla consegna della lettera da parte di O’Malley alla scoperta al suo interno di un misterioso cifrario riconducibile all’opera dell’abate benedettino Johannes Trithemius.

Costui è un personaggio realmente esistito: esoterista, storico, scrittore, lessicografo, astrologo, umanista, crittografo e occultista, è vissuto a cavallo tra il 1400 e il 1500. Un personaggio quindi apparentemente inquietante, famoso per il suo trattato esoterico “Steganographia” (termine composto dalle parole greche steganos (coperto) e grafia (scrittura)), che si proponeva di poter inviare messaggi tramite l’uso di linguaggi magici, sistemi di apprendimento accelerato e senza l’utilizzo di simboli o messaggeri.

Alla fine, però, scopriremo che gli elementi occultistici non c’entrano nulla con la vicenda – e conoscendo Moreno, che avversa tutto ciò che è superstizioso e soprannaturale, la cosa non mi ha affatto sorpreso… Il mistero si risolve in qualcosa di più “concreto”: il denaro e l’avidità di chi vorrebbe impossessarsene! Ma anche in questo caso, non si tratta banalmente di un bottino nascosto (come credevano i malfattori) bensì del valore, intrinseco ed estrinseco, dell’antico libro posseduto da Deborah.

Ottimamente utilizzato il comprimario Drunky Duck, personaggio dalla matrice comica solitamente impiegato per allentare la tensione nel corso delle avventure, ora invece sviscerato in chiave realistica e drammatica. Interessante l’approfondimento sul suo passato e sul motivo per cui sia diventato il postino ubriacone che tutti noi conosciamo...

La storia è impreziosita dall’eccellente lavoro di Bane Kerac (qui alla sua terza prova zagoriana dopo Il passato di “Guitar” Jim e Il pueblo misterioso; lo rivedremo probabilmente all’opera nella prossima trasferta in Europa sull’avventura ambientata nei Balcani), con disegni molto fedeli al modello classico zagoriano, bravissimo nella resa dell’ambientazione (la sua Darkwood assomiglia davvero a una giungla ricca di chiaroscuri nella quale un tarzanide come Zagor volteggia di ramo in ramo) e prodigo di dettagli in ogni sua tavola. Il volto di Zagor è sicuramente migliorato rispetto alla sua ultima prova.

In conclusione, ci tengo a segnalare due simpatiche vignette alle pagine 35 e 37 dove l’artista ha rappresentato alcuni personaggi western da lui amati in gioventù.

Nella vignetta qui sopra vediamo raffigurati in primo piano a sinistra Red Dust (il personaggio del fumettista belga Hermann della serie Comanche) e a destra Larrigan (davanti a una bottiglia di whisky che porta il suo nome, unitamente a quello del suo disegnatore cileno Arturo Del Castillo).

In quest’altra vignetta, invece, vediamo raffigurato il stesso Kerac (è l’uomo che alza gli occhi al cielo), mentre i due che parlano con lui al bar sono i suoi figli; accanto a loro, sulla destra, troviamo raffigurato (probabilmente) il personaggio di Kansas Kid del disegnatore Carlo Cossio.

Da ultimo segnalo anche l’omaggio, nelle pagine da 81 a 83, nei confronti di un Dylan Dog e un Groucho “vecchietti” nei panni dei due personaggi litigiosi che discutono sui ristoranti della cittadina di Katoma.

Devo dire che ho apprezzato molto questi inside joke, e probabilmente ce ne sono anche altri che a me sono sfuggiti. Se qualcuno di voi li avesse scovati, fatemelo sapere.

Alla prossima!!!