giovedì 13 luglio 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: I vampiri della Louisiana (ZCSC197)


          Il centonovantasettesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor contro Mortimer, nonché la prima parte della storia “Le nere ali della notte”.


LE NERE ALI DELLA NOTTE

Zagor e Cico ritornano in America dopo lo scontro con Mortimer ad Haiti e approdano a New Orleans, dove si uniscono al loro amico capitano Alec Wallace (l’ufficiale di cui si era innamorata la vampira Ylenia Varga nella storia La dea della luna – nn. 429/430) e al suo equipaggio, per dare la caccia all’imprendibile contrabbandiere Le Loup. A bordo della fregata inglese, i nostri amici partono per le paludi della costa, alla ricerca del covo del contrabbandiere e del suo esercito di mercenari.
Ma molti sono i pericoli che si annidano tra le paludi della Louisiana: gli spietati mercenari del contrabbadiere, gli indiani ribelli di Scudo Nero, e soprattutto i vampiri della contessa Varga! Ylenia infatti vuole riprendersi il suo amore Wallace ed è ben decisa a uccidere chiunque le si opporrà.
Questa si allea con Le Loup per combattere contro Zagor e gli inglesi, così Ylenia avrà Wallace e il contrabbandiere si libererà dei suoi avversari di sempre. La vampira riesce nel suo intento mentre Le Loup prende il controllo della Glory, la fregata inglese. Poi, cambiando le carte in tavola, cattura Ylenia e, minacciandola di uccidere Wallace, le impone di mandare i suoi vampiri a uccidere Scudo Nero: una volta eliminato il capo indiano, Le Loup potrà prendere per sé l’oro dei conquistadores custodito dai Natchez.
Nel frattempo Zagor salva la vita a Scudo Nero attaccato dai vampiri e, grazie all’intervento di Wackopi, un altro capo Natchez, riuniscono tutte le tribù della zona contro i contrabbandieri.
Quando Zagor con i militari inglesi riesce a reimpossessarsi della Glory e a liberare il capitano Wallace, Ylenia invia uno stormo di pipistrelli che distraggono i contrabbandieri e i Natchez riescono a salire in massa sulla loro nave.
Le Loup uccide in duello Scudo Nero solo per essere a sua volta fatto fuori da Zagor, non prima però di avere ferito mortalmente Wallace! Ylenia potrebbe ancora salvare Wallace trasformandolo in un non-morto come lei, ma rendendolo per sempre un dannato. Alla fine l’amore prevale sull’egoismo e la vampira, rispettando la volontà dell’amato, lo lascia morire.
Ylenia scompare nella notte e torna a New Orleans: in futuro sentiremo ancora parlare di lei…

Torna l’affascinante vampira Ylenia Varga, in un’avventura corale magistralmente orchestrata da Jacopo Rauch e disegnata da Raffaele della Monica (ormai divenuto a pieno titolo l’illustratore zagoriano delle storie di vampiri).
La storia è ricca di azione e si dipana attraverso diverse trame e sottotrame (i marinai inglesi e il capitano Wallace; i contrabbandieri di Le Loup, un villain di grande spessore; Ylenia Varga e i suoi vampiri; il trafficante senza scrupoli Ortega; la banda di feroci rapinatori di Chien Noir; i Natchez ribelli di Scudo Nero e quelli fedeli a Wackopi; i predoni Tonkawa…).
Molteplici gli scontri a fuoco e all’arma bianca, che rendono la narrazione incalzante; inoltre, le scene d’azione e quelle puramente avventurose si intersecano alla perfezione con quelle più marcatamente horror: Jacopo Rauch è veramente bravo nel dosare questi due elementi (avventura e soprannaturale) per dare vita a una trama scorrevole e ricca di momenti da brivido. Ma Rauch non dimentica nemmeno l’elemento comico dato da Cico (vedi l’episodio della “barriera difensiva” di croci e altre gags che, pur nella loro semplicità ed immediatezza, mi hanno strappato una sincera risata!).
Particolarmente belli sono, poi, alcuni momenti della narrazione: il crescente “legame mentale” di Ylenia e Wallace; la decisione finale della vampira; l’attacco della “Colubrina” ad opera dei pipistrelli; il salvataggio di Scudo Nero da parte di Zagor; l’incontro con i Natchez; l’attacco al castillo; la tavola conclusiva.
Ma la protagonista indiscussa della storia è indubbiamente Ylenia la vampira, una vera e propria regina della notte il cui dilemma amore-altruismo è il cuore della vicenda.
Il suo animo tormentato è splendidamente interpretato dallo sceneggiatore, che alla fine le fa compiere la scelta giusta: lasciare per sempre la sua “preda”, in un atto d’amore che dimostra quanto sia ancora profondamente umana pur essendo una creatura dell’oscurità.
Belli i disegni di Della Monica, che caratterizza molto bene tutti i numerosi personaggi, rendendoli inconfondibili (requisito importantissimo in una storia corale come questa).

giovedì 6 luglio 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Mortimer! (ZCSC196)


         Il centonovataseiesimo numero in edicola oggi contiene la maggior parte dell’avventura di Zagor contro Mortimer a Caraibi.


ZAGOR CONTRO MORTIMER

Dopo l’avventura contro Stephan e Haggoth, Zagor fa ritorno a Darkwood ma ecco riapparire un altro dei suoi più pericolosi avversari: il diabolico Mortimer! Il criminale, da autentico genio del crimine, ha tessuto una nuova, inesorabile trama: Cico è scomparso e sembra essersi imbarcato, di sua volontà, su una nave diretta ai Tropici (in realtà è caduto vittima dell’inganno di un complice di Mortimer, Jonathan Clark).
Zagor non accetta la scelta dell’amico e lo raggiunge appena in tempo per ritrovarsi prigioniero con lui a bordo di una nave in viaggio verso Haiti. Nel frattempo, sull’isola, il diabolico Mortimer, sempre accompagnato dalla bellissima Sybil, ordendo un incredibile complotto in cui è coinvolto anche l’egiziano Hammad (vecchia conoscenza dello Spirito con la Scure) e con l’intento di portare a compimento una vendetta più volte rimandata, è riuscito a far giungere Zagor e Cico ad Haiti, nel cuore dei Caraibi, per renderli involontari complici di un suo clamoroso piano: impossessarsi di 50 milioni di franchi, prima rata che il governo haitiano deve pagare per il riconoscimento dell’indipendenza dalla Francia, e far ricadere la colpa sui nostri due eroi!
Mortimer riesce a conquistare la fiducia di Hammad, che è l’intermediario e il garante dei pagamenti tra il governo haitiano e i soldati francesi, riuscendo così a conoscere tutti i particolari dell’operazione; si assicura poi la complicità di Bertrand Duvalier, stimato funzionario del governo, che permette a Mortimer di rubare l’oro e poi afferma che le casse sono state portate via da due uomini in divisa francese facilmente identificabili in Zagor e Cico (che vengono tenuti prigionieri in una capanna e sono stati vestiti da soldati francesi con l’intenzione di “darli in pasto” alle autorità haitiane).
Niente sembra poter ostacolare questo implacabile meccanismo a orologeria messo in atto dal genio del crimine, tanto che questi non resiste dal presentarsi a Zagor e Cico svelando loro di essere il responsabile dell’intero complotto. Ma poco prima dell’arrivo dei soldati, entra in scena Guedé Danseur che penetra nella capanna e libera gli amici di vecchia data.
Lo Spirito con la Scure, a questo punto, intende a tutti i costi sventare l’infernale macchinazione del genio del crimine riaprendo, così, una partita che sembrerebbe ormai chiusa. Così, il giorno successivo, Zagor, Cico e Guedé Danseur penetrano nella villa di Hammad e gli spiegano la situazione.
Grazie alle indicazioni di quest’ultimo, Zagor si getta alla caccia di Mortimer e dopo alcune rocambolesche avventure raggiunge l’imbarcazione approntata da Mortimer per la fuga con l’oro solo per scoprire che costui (insieme a Sybil e Duvalier) ha fatto prigionieri Cico e Hammad!
Zagor viene legato e disarmato e l’imbarcazione prende il largo: Mortimer vuole uccidere i tre avversari gettandoli in pasto agli squali. Il primo ad essere buttato in acqua è Hammad, ma Zagor riesce a liberarsi e getta a sua volta fuori bordo Mortimer, per poi tuffarsi in aiuto dell’egiziano. Sybil, nel tentativo di salvare Mortimer, precipita anche lei in acqua e viene divorata sotto gli occhi esterrefatti di tutti, in particolare quelli di Mortimer che viene sommerso dai flutti, scomparendo alla vista mentre Zagor e Hammad riescono a risalire a bordo.
Zagor e Cico vengono completamente scagionati sia dalla testimonianza di Hammad che dalla confessione di Duvalier ed i 50 milioni in oro vengono recuperati dal governo haitiano.
Su una spiaggia deserta, vediamo il sopravvissuto Mortimer ora ancora più motivato nel suo odio contro Zagor...

Bellissima storia burattiniana che sposta l’azione dalle foreste di Darkwood agli scenari tropicali dei Caraibi e che vede il ritorno di quattro importanti personaggi zagoriani: lo spietato trasformista, ladro e assassino Mortimer; la sua compagna Sybil; Hammad l’Egiziano (indimenticato e sventurato commerciante di Port-Au-Prince); e Guedé Danseur (simpatico stregone-ballerino). I primi due li avevamo lasciati alla fine della storia La trama del ragno (nn. 459/461) mentre si imbarcavano per i Caraibi dopo lo scontro vittorioso con il Tessitore; gli altri erano stati conosciuti da Zagor e Cico nelle avventure Vudù e Oceano (nn. 93/99).
Questo quarto scontro di Zagor con Mortimer, supportato da un soggetto stimolante, un’ambientazione suggestiva e una trama intricata ma lineare, rende di fatto questo avversario una vera e propria nuova nemesi dello Spirito con la Scure, al pari di personaggi del calibro di Hellingen e il vampiro Bela Rakosi.
L’estensione della storia, lunga 338 pagine, consente a Moreno Burattini di dividere la medesima in due parti: la prima, di ambientazione tipicamente “darkwoodiana”, incentrata sull’inseguimento di Zagor alla ricerca di Cico, la seconda, dopo il viaggio in nave, trova il suo palcoscenico nelle esotiche atmosfere di Haiti.
Nella prima parte lo sceneggiatore utilizza abilmente diversi elementi del passato di Zagor e Cico: il sombrero, il ricordo delle avventure con gli akkroniani, con il mostro del Dark Canal e con il vampiro, il flashback di Zagor racconta…, le citazioni di luoghi cari alla memoria degli zagoriani come Pleasant Point, Union Town, La Taverna del Gufo e Norkfolk.
Inoltre Burattini connota di forti elementi introspettivi il personaggio di Zagor che, nella relativa solitudine del suo viaggio, a causa della lettera lasciatagli da Cico è portato a riflettere sul loro rapporto, in una sorta di esame di coscienza nel quale - amaramente - deve anche riconoscere di non essere sempre stato all’altezza del suo “ruolo” di amico.
L’incontro chiarificatore con Cico fa da apripista alla seconda parte dell’avventura, ambientata su Haiti. Anche qui il concetto di amicizia, tratteggiato nelle sue diverse sfaccettature, la fa da padrone. Zagor infatti incrocia ancora la sua strada prima con Guedè Danseur e poi con Hammad, due grandi “alleati” del passato che si riconfermano tali.
C’è poi l’incontro/scontro con (il logorroico) Mortimer, che riconferma in pieno la natura di genio del crimine di costui (come in passato è particolarmente elaborato il piano delittuoso che ha concepito, teso questa volta ad impadronirsi dell’oro haitiano e nel contempo vendicarsi di Zagor e Cico facendo ricadere la colpa del misfatto su di loro) ma al quale lo Spirito con la Scure riesce ancora una volta a tenere testa sia con le sue capacità “deduttive” sia con la sua “fisicità”.
Si dice che l’amicizia e l’amore vincono sempre, ma in questa storia solo per la prima c’è un lieto fine: in un finale concitatissimo e carico di pathos e di tensione, Zagor si tuffa per salvare l’amico Hammad e riesce nel suo intento, mentre Sybil cerca disperatamente di aiutare l’amato Mortimer, ma il tentativo le risulta fatale.
Ciò renderà Mortimer ancora più assetato di vendetta nei confronti di Zagor, come ben sanno coloro che seguono le avventure più recenti… ma questa, come si suol dire, è un’altra storia!
Per quanto concerne i disegni, devo dire che siamo di fronte a un’ottima prova di Marco Verni, qui alla sua terza apparizione sulla serie regolare, che con il suo tratto chiaro e pulito conferisce linearità grafica a tutta la storia.

Concludo riportando come al solito alcuni interventi di Moreno Burattini postati sul Forum SCLS nel 2009, durante la pubblicazione della storia nelle edicole.


Ad un forumista che gli chiedeva come mai non fosse stato utilizzato, per nessuno dei quattro albi in cui era originariamente comparsa la storia, il titolo “Caraibi” (apparso anche in un’illustrazione di Marco Verni distribuita nelle fiere del fumetto alla quale si era ispirato Gallieno Ferri per la cover del n. 523), Moreno Burattini rispondeva:

Caraibi era il titolo di lavorazione della storia. Ovviamente, dovendo poi dividere la storia su quattro albi, sono serviti quattro titoli. Uno avrebbe benissimo potuto essere quello. Io l’ho proposto, insieme ad altri, tra cui appunto Tropico del Nord e, se non ricordo male, Ritorno ad Haiti. Ha vinto (a giudizio di Canzio), Tropico del Nord, forse perché più evocativo e avventuroso (Caraibi magari poteva suggerire a qualcuno più l’idea di vacanze esotiche che di una storia di avventura). Io li trovo buoni tutti e tre”.

A chi gli domandava se, quando aveva sceneggiato il ritorno di Robert Gray non avesse, forse inconsciamente, dato a quest’ultimo qualche reminiscenza della personalità di Mortimer, Moreno rispondeva:

Ho pensato a questa eventualità solo a posteriori (alla possibilità di un confronto fra Mortimer e Robert Gray, cioè). In realtà, scrivendo il ritorno di Gray mi era sembrato solo di proseguire la caratterizzazione già ben delineata dal precedente sceneggiatore, e mi sembrava che l’elemento su cui giocare fossero i gadget tecnologici, cosa del tutto estranea a Mortimer (a meno di non voler considerare gadget tecnologico il bastone animato).
Riflettendoci a storia scritta, mi è parso di poter escludere un eccesso di sovrapponibilità dato che Gray è sostanzialmente un folle in cerca di vendetta, un sadico, quasi un nazista ante-litteram (l’incidente in cui perde le mani nasce, seppur non direttamente, dal suo intento di sperimentare delle armi innovative su cavie umane). La sua genialità è patologica come lo è il talento matematico di un autistico. Mortimer, direi, non ha punti in comune da questo punto di vista”.

Alla domanda se, quando aveva creato Mortimer, Burattini avesse voluto fare una specie di omaggio a Diabolik (guarda caso, il cognome di Sybil è lo stesso di Eva), rispondeva:

No, creando Mortimer in realtà non pensavo (ancora) a Diabolik. Il fatto di aver dato il cognome di Kant alla bella Sybil è, infatti, una strizzatina d’occhio inserita nella seconda o addirittura nella terza avventura (non ricordo più). Peraltro, con Diabolik ci sono più differenze che somiglianze: Mortimer non ha particolari doti atletiche, non si interessa di gioielli di famiglia, non usa particolari congegni tecnologici, non ha un modus operandi basato sulla sostituzione di particolari persone nel loro ambiente e sul fatto di farsi scambiare per loro avendone imitato l’aspetto alla perfezione, ha agito in città solo in un’occasione, non è un monomaniaco del crimine ma uno che usa il suo talento per fare la bella vita, è molto più machiavellico di Diabolik nella messa a punto dei suoi piani, la sua vita si "evolve" sulla base degli eventi che attraversa, eccetera.
Chiamando Sybil con il cognome di Kant ho fatto un ammiccamento a Diabolik, ma tutto lì, perché poi penso che Mortimer possa considerarsi un bel signore colto ed elegante, e Diabolik invece un funambolo o un trasformista e dunque qualcosa di diverso.
Mortimer, secondo me, è tutto sommato abbastanza originale nelle sue caratteristiche soprattutto in un contesto zagoriano, dato che i tradizionali avversari dello Spirito con la Scure sono del tutto diversi da lui.
Tuttavia, ci sono state delle fonti di ispirazione, sfruttate però per dare vita a un personaggio "altro" e differente. Si tratta dei personaggi del "Sordo" (il nemico ricorrente nei romanzi dell’87° Distretto di Ed McBain) e di Edward Pierce, criminale veramente esistito e protagonista del romanzo "La prima grande rapina al treno" di Michael Chricton (a entrambi va il mio ammirato ricordo). Ovviamente, si tratta di letture consigliatissime a tutti.
Vorrei anche aggiungere questa considerazione. Nell’ultima storia, ancora in corso di pubblicazione, Mortimer segna un ulteriore distacco da Diabolik. Infatti, mentre il criminale in calzamaglia nera vive e agisce in una dimensione geografica e temporale al di fuori della realtà e puramente convenzionale, Mortimer si trova perfettamente calato in un contesto storico reale e in un preciso ambito geografico, trovandosi anzi a interagire con avvenimenti realmente accaduti, come quello del pagamento dei centocinquanta milioni di franchi in oro versati da Haiti alla Francia in cambio del riconoscimento dell’indipendenza (prima repubblica nera della Storia). A questo proposito, resto di stucco nel leggere i commenti di chi si lamenta, incredibilmente, del fatto che, nell’avventura haitiana, Haiti non venga fuori, che tutto sommato l’avventura avrebbe potuto svolgersi dovunque, che non c’è il vudu, eccetera. Mah. Non vedo come in qualunque altro luogo Mortimer avrebbe potuto fare un colpo come quello messo a segno a Port-au-Prince. Addirittura, Haiti viene tanto fuori che, sfidando imperterrito e a testa alta ogni possibile accusa di spiegazionismo, mi sono persino dilungato nel raccontare la storia dell’indipendenza haitiana, mostrando i volti dei protagonisti, accennando agli addentellati storici con l’imperialismo e perfino tirando in ballo Simon Bolivar, trovando documentazione sulle divise dei soldati francesi e su quelle degli haitiani, accennando ai bucanieri e mettendo in scena preghiere agli dei del mare, gli squali, l’oceano e addirittura le onde anomale. Uno sforzo incredibile per contestualizzare un’avventura in un tempo e in un luogo preciso. Risultato: leggo che Haiti non c’è e che l’avventura avrebbe potuto svolgersi in "qualsiasi altro luogo". Certo, infatti a Darkwood è comune vedere soldati francesi e pescecani. Peraltro, davvero si può credere che parlare del vudu e degli zombi sia rendere più fedelmente Haiti che raccontare le vicende dell’indipendenza dell’isola? Posso dire che quando mi sono proposto di "haitianizzare" la mia storia, ho volutamente cercato di fuggire dalla banalità stereotipata degli zombi e del tesori dei pirati: cose senza dubbio affascinanti, ma già viste proprio su Zagor. Quando ho chiesto a Mortimer che cosa avesse in mente di fare nei Caraibi e lui mi ha sfidato a scoprirlo, io gli ho subito detto: sono sicuro che non pensi di trafugare l’oro di un galeone sommerso. E lui ha sorriso dicendo: già, proprio no”.

Alla domanda se Moreno Burattini avesse già previsto, all’epoca del finale di Zagor contro il Tessitore, che il successivo ritorno di Mortimer sarebbe avvenuto ad Haiti, con la partecipazione di Hammad e tutto il resto, così rispondeva:

Già a partire dalla metà del XIX secolo i Caraibi cominciarono a essere oggetto di viaggi di piacere, o per cura, o per residenze stagionali.
La nuova fase iniziò quando la classe abbiente nordamericana cominciò a cercare regioni dal clima piacevole dove rilassarsi con vacanze salutari. Alla fine del secolo, la Florida ebbe il suo momento di massima notorietà come meta turistica e le Bahamas ne godettero il successo di riflesso.
Lo stesso, del resto, potrebbe dirsi dei Mari del Sud, e uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento, Robert Louis Stevenson non a caso è nato a Edimburgo ma è morto a Samoa, dove si era trasferito.
In ogni caso Mortimer non vuole andare "in vacanza", vuole momentaneamente cambiare aria (e soprattutto ne ha bisogno Sybil, reduce da mesi di prigione e varie settimane di sequestro da parte del Tessitore), e sicuramente Cuba e Nassau si prestano.
Una volta che ho appreso da Mortimer stesso (perché Mortimer è un personaggio, come ho detto altre volte, che si scrive i testi da solo) che si sarebbe trasferito nei Caraibi, ho subito pensato: uno come lui non sta certo tranquillo a prendere il sole. Ho immediatamente immaginato che Mortimer si sarebbe messo a cercare l’occasione per un colpo. Ho pensato che sarebbe stato troppo banale immaginare qualcosa di legato ai galeoni spagnoli (che del resto avevano già ispirato Capitan Serpente). Allora ho aspettato che il diabolico criminale mi rivelasse le sue intenzioni.
Quando ho chiuso la storia con il Tessitore e ho spedito Mortimer a Nassau sapevo già che nella storia successiva ci sarebbe stato un colpo ai Caraibi e che Zagor sarebbe stato attirato in l: era anche ora che gli scontri fra i due trovasseto nuovi scenari. Non sapevo ancora che il colpo avrebbe riguardato la storia di Haiti e una nave francese, non sapevo che sarebbe tornato Hammad. Ci ho pensato dopo
”.

Ad un forumista che gli domandava quanto “sofferta” fosse stata la decisione dell’eliminazione di Sybil e si fosse prospettato le eventuali reazioni dei lettori, Moreno rispondeva:

Lo scopo di ogni personaggio è quello di dare emozioni al lettore. Nessun personaggio, in teoria, nasce per far restare indifferente o annoiare i lettori.
Tutti devono, o dovrebbero, avere una funzione nel racconto e alla fine contribuire alla riuscita del medesimo. In questa ottica, se la morte di un personaggio serve al massimo successo di una storia, l’autore ha il dovere di farlo morire.
Quando mi è balzata agli occhi l’evidenza che la morte di Sybil avrebbe rinvigorito e reso più interessante Mortimer (il cui ritorno, secondo me, dovrebbe essere ogni volta più interessante e non un qualcosa di prevedibile e scontato), ho detto: va bene.
E per primo ho shockato Marco Verni che non se lo aspettava. Quanto alle reazioni dei lettori, almeno riguardo a questo sono state esattamente quello che mi auguravo”.

A chi si era lamentato del fatto che il personaggio di Guedè Danseur rivestiva il ruolo di una mera comparsa, la cui unica azione di rilievo era quella di liberare Zagor e Cico prigionieri di Mortimer, lo sceneggiatore chiariva:

Nella sua prima apparizione, nell’ambito di una storia TUTTA ambientata ad Haiti di ben 253 tavole, Guedè Danseur compare in circa 60 pagine.
In questa sua seconda apparizione, dove le tavole ambientate ad Haiti sono soltanto, più o meno, 180, Guedè Danseur compare in circa 40 pagine.
Mi pare che non ci sia poi tutta questa differenza.
Questo per quanto riguarda la quantità.
Circa la qualità, fermi restando il talento e il primato di Nolitta, nella mia storia Guedè è risolutivo perché, di sua iniziativa e per suo acume, interviene e libera Zagor in un momento crucialissimo, e poi lo guida fino a casa di Hammad attraverso un percorso irto di sentinelle: non mi pare che proprio si possa definire un elemento senza importanza.
Per non parlare dei suoi siparietti comici e dei botta e risposta con Cico.
Né si può dire che nella storia di Nolitta sia esattamente lui il protagonista, è un personaggio utile perché Zagor venga a capo della situazione, ma poi il cattivo è O’Keefe e l’eroe è lo Spirito con la Scure. Se nella memoria e nella nostalgia a tutti noi sembra che Guedè abbia fatto molto di più, è solo una sorta di illusione prospettica.
Aggiungo che nella nuova storia di Mortimer, tali e tanti sono gli elementi presenti (lo scontro fra titani del criminale con Zagor, la grande rapina, il ritorno di Hammad, la caccia all’uomo, il contesto storico) che secondo me fatalmente sembra ridimensionato il ruolo di Guedè”.

Infine, un po’ di riflessioni a ruota libera di Moreno su varie critiche:

Ogni volta che leggo i commenti dei lettori mi torna in mente la canzone "Cara ti amo" di Elio e le Storie Tese:
Lui: Io sono come sono.
Lei: Cerca di cambiare.
Lui: Sono cambiato.
Lei: Non sei più quello di una volta.
Un piccolo esempio: mi viene contestato addirittura il pur breve passaggio in cui Zagor ricorda con Hammad l’episodio della lotta con Togo. Ora, sono sicuro che, se non lo avessi fatto, qualcuno avrebbe detto: "Ma come? Zagor torna nella villa di Hammad, la mitica villa della mitica storia di Nolitta & Ferri, e non dice nulla? Non gli tornano alla mente i drammatici avvenimenti di quella precedente avventura? Né lui né Hammad si scambiano due parole rievocando il passato?".
Gliel’ho fatto rievocare, ed ecco il risultato: uffa, quanti ricordi, che bisogno c’era di ricordare, che noia, che barba, che noia.
Qualcuno dice che è stata una bella trovata quella della scommessa che ha portato al rapimento di Cico, ma di contrappunto ecco quelli che dicono che no, è assurda, che Cico fa la figura dell’idiota (come se negli albi di Nolitta non venisse mai imbrogliato, non si comportasse mai incautamente, non finisse vittima di turlupinatori, fosse sempre accortissimo). Mah.
Io so di essere una persona di normale intelligenza, però mi rendo conto di dover stare molto ma molto attento a non essere imbrogliato, e vi assicuro che qualche volta è capitato anche a me di fare incauti acquisti o firmare contratti capestro; di recente mi hanno persino rubato sotto il naso il carrello del supermercato con dentro due euro. Ci sono imbroglioni in grado di fare truffe spettacolari ai danni di chiunque. Ma a Cico no, non la si deve fare. Non dico a Zagor, attenzione, ma a Cico. Deve essere più furbo e avveduto di tutti, se no fa brutta figura.
Non mi dilungo sull’effetto straniante e allibente che mi hanno fatto certe obiezioni sul cappello o sui soldati che avrebbero dovuto essere presenti all’interno del carro (sgrano gli occhi incredulo per aver letto di queste cose), ma una cosa molto divertente la voglio raccontare dato che si è parlato del cavallo.
Un lettore (non nell’ambito di questo forum) mi ha criticato trovando intollerabile il fatto che Zagor a cavallo sfondi una vetrata, perché l’ha gia visto fare a Zorro. Ora, si tratta di una obiezione esilarante per uno che legge Zagor: che cosa dirà allora vedendo che Zagor, spesso e volentieri, vola di ramo in ramo? Che l’ha già visto fare a Tarzan?
Ricapitolando: se io UNA VOLTA faccio sfondare una vetrata a un cavallo non va bene perché (non so dove) l’ha già fatto Zorro; però se Nolitta fa volare SEMPRE Zagor con la liana va bene anche se l’ha già fatto Tarzan.
Mi chiedo se sparare con la pistola non l’ha già fatto Tom Mix o fare a pugni non sia appannaggio di Tex.
Questo, dunque, il mio pane quotidiano. 
Poi è ovvio che ogni lettore è libero di apprezzare o non apprezzare una storia, di criticare o di lodare, di applaudire o di fischiare. Diciamo anche, però, che se uno argomenta una critica con considerazioni che mi sembrano un po’ balzane, sarà consentito anche a me di replicare, con tutto il fair play del caso e tutta la gentilezza di cui sono capace, in modo da poter dire anch’io il mio punto di vista. Tutto qui. Vorrei comunque che ognuno si sentisse libero di commentare come crede (e mi pare che tutti lo facciano, dato che non su può certo dire che godo di un consenso bulgaro). Però, è chiaro che se qualcuno non mi sopporta, non mi sopporta punto e basta e niente di quanto possa scrivere gli farà mai cambiare idea. Si può ragionevolmente pensare che se Mortimer è un personaggio a cui sono molto legato e se scrivo una storia con il ritorno di Hammad l’Egiziano, cercherò di dare il massimo e fare del mio meglio. Ebbene, se il mio meglio per qualcuno non arriva a dare neppure la sufficienza (giudizio più che legittimo), costui sta bocciando senza appello tutta la mia ventennale produzione e dunque io non sono il suo autore, come per me non lo sono gli sceneggiatori dei cartoni animati giapponesi che invece mandano in estasi mistica i miei figli. Ovviamente, non ci posso fare niente. Non posso neppure promettere di cercare di impegnarmi di più. Non si può cavar sangue dalle rape…”.


giovedì 29 giugno 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Le forze del Male (ZCSC195)


Il centonovantacinquesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura del ritorno di Stephan, nonché la prima parte della storia “Pleasant Point”.


IL SEGNO DEL MALE

Un misterioso sogno spinge Zagor a raggiungere un villaggio indiano sulla costa atlantica, e a contattare un giovane stregone dei Nipmuk, Nuan-Teh, anch’egli messo in allarme da strani avvenimenti e angoscianti premonizioni.
Inquietanti indizi sembrano indicare che Stephan, il sacerdote del Male affrontato dallo Spirito con la Scure in passato, dall’aldilà  stia cercando la sua rivincita.
Questi, infatti, è tornato in vita sotto nuove sembianze, trasferendo il suo spirito nel corpo di un bandito di nome Syd. Il negromante ha radunato i suoi accoliti in una vecchia fortezza inglese abbandonata, costruita su uno scoglio al largo della costa atlantica.
Diretto al villaggio dei Nipmuk, Zagor scopre che Abraham Stoke, discendente di un uccisore di streghe che lo aveva aiutato a sconfiggere Stephan la prima volta, è stato ucciso dai seguaci di Haggot. Giunti all’accampamento, Zagor e Cico conoscono il giovane stregone Nuan-Teh il quale con i suoi poteri scopre che Stephan si trova nelle vicinanze del villaggio di Salt Town.
I tre raggiungono il villaggio e a causa di uno sceriffo troppo zelante Cico e Nuan-Teh vengono fatti prigionieri dagli uomini di Stephan e condotti nella fortezza di questi.
Lo Spirito con la Scure, sfuggito alla cattura e alleatosi con gli indiani Pennacook, riesce a raggiungere il covo del nemico solo per scoprire che Stephan ha preso possesso del corpo di Nuan-Teh grazie a un medaglione/talismano che fa sì che chiunque lo indossi diventi un ricettacolo dell’anima del malvagio sacerdote.
Zagor viene catturato e, insieme a Cico, assiste al rito con il quale Stephan riesce ad evocare fisicamente il demone Haggot; quindi, mettendogli al collo il talismano, si impossessa del suo corpo ed inizia ad assorbire le forze vitali dei suoi accoliti. Uno di questi, rinsavito, riesce a liberare Zagor che strappa il medaglione da Stephan/Haggot, gettandolo in mare.
In tal modo Haggot torna nel suo mondo di tenebra, l’anima di Stephan rimane intrappolata nel limbo e Nuan-Teh riacquista fortunatamente piena padronanza di sé.

Penultima storia del compianto Ade Capone comparsa sulla serie regolare di Zagor (l’ultima verrà pubblicata postuma nel 2016, e nel frattempo usciranno i suoi Maxi Zagor del 2009 e del 2013).
L’avventura vede il ritorno di uno dei personaggi di Capone più amati dai lettori: Stephan, sacerdote dell’oscuro culto del demone Haggoth (vedi La notte del diluvio), proprio il character con il quale lo sceneggiatore esordì sulla serie nel 1987.
Dopo tanti anni, Ade Capone riesce ancora a costruire una storia dal sapore fortemente nolittiano. Lo stile, i dialoghi, il crescendo della trama sono notevoli e solo poco alla volta il lettore (insieme a Zagor) riesce a comprendere che cosa il malvagio avversario voglia ottenere da questo suo ritorno sulla scena.
L’autore fa il possibile per non scoprire le sue carte e colpire il lettore con una serie di trovate ad effetto, fra le quali spicca il tranello finale che Stephan cerca di giocare ai danni dello stesso Haggoth. Il loro rapporto mi ha ricordato molto quello fra Hellingen e Wendigo, ed infatti si conclude in modo praticamente analogo. Originale anche l’idea di connotare questo demone non come un mostro oscuro ma come una specie di angelo decaduto. L’unico neo è che, forse, risulta poco plausibile la scelta di Haggot di “graziare” Zagor e di tornarsene nel suo mondo ben sapendo che solo se sorgerà un nuovo culto a lui dedicato potrà in futuro ritornare sulla terra…
La caratterizzazione del personaggio di Zagor spicca per la sua fisicità, un eroe che non si ferma davanti a nulla pur di salvare i suoi amici.
La resa dei disegni di Gallieno Ferri questa volta è un po’ altalenante, in gran parte splendida ma in alcune vignette imprecisa e non molto felice.

giovedì 22 giugno 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Braccati (ZCSC194)




          Il centonovantaquattresimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor e il ritorno di Robert Gray, la storia completa “Hawak, il crudele”, nonché le prime pagine della storia “Il segno del male”.


HAWAK, IL CRUDELE

Il crudele Hawak è il capo carismatico di una bellicosa tribù di indiani Cayuga che vive in un villaggio protetto da una impenetrabile palizzata. È a lui che due trappers senza scrupoli vendono come schiave tre donne bianche, a cui si erano offerti di fare da guida nella foresta.
Scoperto l’accaduto, Zagor raggiunge il villaggio dei pellerossa e, dopo essere riuscito a liberare le prigioniere, deve condurle in salvo attraversando con loro la foresta.
Impresa non facile, sia perché le fuggitive sono deboli e spaventate, e rallentano lo Spirito con la Scure, sia perché il feroce sakem Hawak ha scatenato i suoi guerrieri sulle tracce delle prigioniere in fuga.
Anche i due trappers senza scrupoli che hanno venduto le donne agli indiani cercano di intercettarle, prima che possano denunciarli alle autorità, ma per loro non ci sarà scampo: Uno finirà ucciso sul proprio coltello, l’altro ammazzato dallo stesso Hawak.
Quest’ultimo finisce infilzato su un ramo appuntito in seguito ad un duello con Zagor ed i Cayuga rispettano i patti lasciando liberi i fuggitivi.

Proprio una bella storia, questa, che si legge fino all’ultimo respiro, ricca di inseguimenti, agguati, nascondimenti, il tutto nella natura incontaminata delle foreste nordamericane, ottimamente rese dal punto di vista grafico dagli esordienti Esposito Bros.
Le avventure ambientate nei boschi sono, come ho già avuto occasione di dire altre volte, tra le mie preferite; quando poi, come in questo caso, la storia ha il sapore di romanzi e film come L’ultimo dei mohicani (in particolare mi è venuto in mente questo accostamento sia leggendo la scena delle donne prigioniere degli indiani nella grotta, sia vedendo le fattezze del viso di Hawak, rese molto somiglianti a quelle dell’attore che interpretava il personaggio di Magua nel film di Michael Mann del 1992) allora la storia mi “prende” ancora di più, ritorno bambino e comincio anch’io a correre tra i boschi con Zagor…
Uno Zagor potente, che sa il fatto suo e che riesce a salvare tutte le persone in pericolo a lui affidate... tranne il più indifeso (Simon)... Ciò a riprova della “forza” ma non dell’ “onnipotenza” del personaggio!
In particolare, mi sento di dover segnalare la bravura di Moreno Burattini nell’aver saputo sapientemente caratterizzare le tre figure femminili co-protagoniste, che emergono come personaggi non stereotipati ma veramente l’una diversa dall’altra.
Anche le due guide rinnegate non sono personaggi di mero contorno, ma hanno un peso determinante in tutta la vicenda.
Da ultimo, l’avversario principale, Hawak, non è semplicemente il solito indiano cattivo e crudele: è un vero capo, che pensa innanzitutto al bene dei suoi uomini e della sua tribù (vedi le scelte operate durante e dopo l’incendio nell’accampamento); una tribù, quella dei Cayuga, che finalmente torna nella saga di Zagor come avversaria di un certo spessore (come nei lontanissimi tempi del capo Na-pa-wa dell’avventura Morte sul fiume).
Come già accennato, in questa storia abbiamo l’esordio nell’universo zagoriano di Nando e Denisio Esposito, meglio conosciuti dai lettori bonelliani come Esposito Bros.
Dopo anni di militanza nello staff di Martin Mystère, con escursioni nel passato di Storie di Altrove, nel lontano futuro con alcuni albi di Nathan Never e persino nei mondi fantastici di Zona X, eccoli affrontare una nuova sfida e illustrare il West in cui si muovono il Signore di Darkwood e il suo fido compagno d’avventure Cico.
Che dire dei loro disegni?
Si potrebbero definire di “stampo classico zagoriano”, non pedissequamente “ferriani” ma conformi al canone del Maestro. I primi piani di Zagor sono veramente azzeccati e alcune “pose” del personaggio sono tipicamente ferriane.
A voler essere assolutamente pignoli, c’è da dire che i fratelli Esposito sono - a mio parere - un po’ in difficoltà con il viso di Zagor nei campi lunghi e, più in generale, con il personaggio di Cico: ma comunque nulla di invalidante per la resa grafica globale della storia.
Mi preme segnalare che le chine creano dei chiaroscuri bellissimi, soprattutto nelle scene notturne.

Come al solito, penso sia interessante leggere alcune osservazioni sulla storia scritte da Moreno Burattini sul Forum SCLS nel 2008.


A chi avanzava delle riserve sul modo in cui termina il duello fra Zagor e Hawak, e sul fatto che in questa avventura Zagor (per un motivo o per l’altro) non uccide nessuno dei tre cattivi di turno, rispondeva:


Grazie per i complimenti, ma grazie anche a chi critica perché significa che c’è dell’interesse e che si è stimolata una discussione.
In ogni caso spero che nessuno detti mai un decalogo dei modi in Zagor "dovrebbe ammazzare" gli avversari (ogni scontro è un caso a sé, e se ci fosse un elenco dei modi consentiti codificati sarebbe una noia). Mi bastano tre regole su come Zagor NON dovrebbe mai ammazzare gli avversari: 1) in modo ingiustificato (l’uccisione deve essere sempre l’extrema ratio); 2) a tradimento; 3) con inutile e/o compiaciuta crudeltà.
In realtà direi che Hawak viene ucciso proprio da Zagor, che lo scaglia verso lo spuntone del tronco nel contesto di uno scontro all’ultimo sangue. Altrimenti sarebbe come dire che se A spara a B, B non è ucciso da A ma dalla pallottola.
Se Zagor lottando con uno lo gettasse da un burrone, si potrebbe dire forse che costui sia morto in modo accidentale?
Circa i due trappers, direi che in generale la linea di condotta del nostro eroe (appunto perché un eroe) dovrebbe essere quella di catturare, quando si può, i colpevoli vivi perché siano affidati al giudizio di un tribunale (anche perché talvolta serve anche che qualcuno possa parlare e svelare i retroscena delle losche trame e il nome di altri complici). A volte prenderli vivi non si può, oppure è il destino che provvede a fare giustizia.
Faccio notare che la mancata uccisione di tutti i nemici da parte di Zagor non significa che il nostro eroe si sia dimostrato un mollaccione nel corso della storia, avendo fatto fuori in circostanze molto drammatiche un gran numero di Cayuga”.

A chi gli chiedeva se nella caratterizzazione del personaggio di Zoe ci fosse un accenno o un omaggio al femminismo, Moreno rispondeva:

Riguardo ad Hawak il crudele, lo spunto da cui sono partito, in realtà non era quello di far scontrare Zagor con un capo cayuga particolarmente feroce, ma quello di mettere lo Spirito con la Scure in condizione di dover scortare nella foresta, braccato, alcune donne: cioè figure particolarmente difficili da proteggere, essendo più deboli, non avvezze all’uso delle armi, non abituate a cavarsi d’impiccio in condizioni estreme. Nella mia idea originale, le donne dovevano essere di più, almeno una decina. Poi ho optato per una semplificazione della trama, scegliendo tre diverse caratterizzazioni per tre diversi tipi femminili. Ho voluto accennare al femminismo? Non facendo riferimento a un ben preciso movimento di idee, questo no. Ma certo ho pensato di caratterizzare una delle donne come una segnata dalle esperienze della vita, resa cinica e disillusa, e in questo mi sono sforzato, nei limiti della zagorianità e senza poter troppo “berardeggiare”, di sfuggire al cliché della femminilità sdolcinata e romantica. Insomma, senza aver fatto niente di clamoroso, ho cercato di creare un personaggio a tutto tondo, un personaggio vero con un minimo di spessore”.

giovedì 15 giugno 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Il ritorno dell’“alchimista” (ZCSC193)





Il centonovantatreesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor contro Dark Moon, nonché la prima parte della storia “Sangue Mohawk.



SANGUE MOHAWK

Robert Gray, detto l’Alchimista, ex maggiore dell’esercito impegnato nella progettazione di armi innovative e micidiali, è rimasto privo delle mani in circostanze misteriose e per questo è stato esonerato dai suoi incarichi. Grazie al suo genio ingegneristico si è costruito delle protesi d’acciaio e vuole vendicarsi dei colleghi che lo hanno esautorato, uccidendoli crudelmente.
Sconfitto da Zagor in un primo scontro, e dopo essere stato a lungo creduto morto, il criminale è tornato alla ribalta aggiungendo anche lo Spirito con la Scure alla lista dei bersagli da colpire. Le sue prime vittime, però, sono i Mohawk, colpevoli, agli occhi del folle, di averlo tradito anni prima: avvalendosi di un sistema ingegnoso di mortai temporizzati, Gray distrugge il loro villaggio uccidendo senza pietà tutti gli abitanti.
Deciso poi a scoprire il luogo in cui i militari hanno costruito un laboratorio segreto nel quale vengono sviluppati i progetti che egli stesso aveva elaborato prima di venire allontanato dall’esercito, Gray non si ferma davanti a nulla e lascia dietro di sé una lunga scia di sangue. Anche Zagor e Cico, che tentano di sbarrargli la strada, vengono rinchiusi nelle oscure gallerie di una miniera, di cui lo spietato criminale fa saltare l’ingresso; fortunatamente i nostri eroi riescono comunque a cavarsela.
Dopo aver costretto il colonnello Portman, sotto tortura, a rivelare prima di morire dove si trova la base segreta in cui l’esercito sta realizzando i suoi progetti di armi micidiali e innovative, Robert Gray vi fa irruzione e si prepara a completare la sua vendetta. Zagor, pur braccato dai soldati che lo credono responsabile della morte del loro colonnello, giunge a sua volta al laboratorio per fermare il diabolico avversario.
Con un astuto stratagemma, Zagor riesce a farlo crivellare di colpi da un marchingegno creato dallo stesso Gray. L’Alchimista non potrà più far del male a nessuno…

Ancora un’ottima storia di Moreno Burattini, forte di una narrazione serrata che ti spinge ad arrivare alla fine in un baleno.
Bella la ricostruzione/riscrittura del finale del precedente scontro tra Zagor e Grey; molto ben costruita la gag con Cico e Trampy (anche se un po’ deboluccia la risoluzione finale...); molto nolittiana anche la modalità di “ammissione” di Zagor al colloquio con il Col. Portman: veramente bella ed esilarante!!! Mi ha davvero ricordato lo Zagor della mia infanzia...
Ottimi i colpi di scena riguardanti il personaggio di Chuck Sinner (che assomiglia in tutto e per tutto a Bud Spencer!). Inoltre è bene orchestrato l’arrivo dei soldati giusto in tempo per pensare alla colpevolezza dei nostri eroi nella morte del colonnello Portman.
Mi è sembrata invece un po’ macchinosa la trovata di Robert Gray per uccidere Zagor e Cico nella miniera... ma forse ad essere veramente “macchinosa” è solo la mente di questo singolare avversario!
Nel complesso sono comunque molto soddisfatto di questa storia, il cui finale è un vero e proprio colpo di scena al “fulmicotone”!
In questo suo ritorno, Robert Gray l’Alchimista si dimostra ancora più spietato e letale che nella sua prima apparizione, in forza del suo armamentario tecnologico senza uguali (bazooka, mortai, collari esplosivi, mani d’acciaio piene di gadget, sensori di peso piazzati nel terreno che scatenano scariche di fucileria, etc.).
Bisogna ammettere che era difficile far tornare questo particolare nemico, che già nella prima avventura aveva dimostrato ampiamente la sua follia e la sua sete di vendetta, senza ricadere nel medesimo cliché.
Invece Moreno Burattini sviluppa abilmente la sua storia, da un lato con approfondendo la vicenda personale di Gray ed i motivi che lo hanno portato alla pazzia, dall’altro rendendo Zagor un’inconsapevole pedina nella riuscita del piano del nemico.
L’autore riesce in tal modo a non travisare la personalità originaria del villain ed a svelare i retroscena segreti della sua menomazione in modo tale da renderli un valido motivo per scatenare la furia omicida di un personaggio che, però, già quando disponeva di tutti e quattro gli arti, non aveva nessuna considerazione per la vita umana e quindi non può comunque beneficiare di alcuna “attenuante”.
Molto buon i disegni di Chiarolla (autore che ho sempre apprezzato parecchio).

Come di consueto, ecco alcune interessanti osservazioni di Moreno Burattini su questa storia, postate sul Forum SCLS tra il settembre 2007 e il maggio 2008.

Circa il ritorno di Robert Gray, devo dire che il finale della storia precedente con l’ex maggiore divenuto capo dei Mohawk è pieno di difficoltà logiche da risolvere e da giustificare e dunque ho dovuto un po’ faticare per far sì che si spiegassero meglio certe cose. Tuttavia spero di aver risolto i problemi in modo convincente.
Sarà un racconto in tre albi, in cui viene ri-raccontato in modo più dettagliato il finale della precedente storia in cui compariva l’uomo con le mani d’acciaio e si spiega come Gray abbia potuto salvarsi. Nel corso del racconto si capisce anche che cosa era accaduto nel passato dell’ “alchimista” che aveva portato alla perdita delle mani e al suo desiderio di vendetta”.

In risposta alle critiche avanzate da alcuni in merito alla sua “revisione” del finale della storia precedente con protagonista Robert Gray, Moreno scriveva così:

Personalmente, nei panni del semplice lettore, ho sempre pensato che le critiche avrebbero dovuto essere rivolte al finale della prima storia con Robert Gray, abbastanza sconcertante sotto un’infinità di punti di vista.
Il mio intendimento, per il quale mi aspettavo l’unanime approvazione che invece - ahimè - non ho avuto, era quello di "revisionare" il minimo possibile, lasciando che le cose fossero andate quasi del tutto così come si era visto, però cambiando quel poco che bastasse a giustificare quante più incongruenze si potesse.
Tuttavia, se qualcuno ritiene preferibile quel finale rispetto alla versione che mi è parso di dover fornire, non c’è nessun problema. Ogni parere è legittimo.
Compreso quello di che ritiene meglio che Zagor abbia davvero un braccio spezzato o che sia ragionevole pensare che versare del veleno in un fiume che scorre significhi avvelenare i pozzi da cui attinge Fort Benton (che poi sarebbe Brendon ma il precedente sceneggiatore - benché indiscutibilmente più abile di me - se ne era dimenticato).
Adesso ci sono due diverse versioni e ognuno può scegliere quella che preferisce, a seconda dei propri gusti. Peraltro, faccio notare, la versione presentata all’inizio di Sangue Mohawk (che differisce di POCHISSIMO dalla precedente), non è per forza di cose "vera" e "ufficiale", ma è quella che Robert Gray RICORDA.
Circa il revisionismo, non è che sia un male assoluto: ci sono verità presentate come "rivelate" che invece è bene mettere in discussione, per esempio anche la teoria copernicana è sacrosanto revisionismo rispetto a quella tolemaica, così come Darwin si può considerare revisionista rispetto al creazionismo.
Perciò mi sia concesso immaginare che se Nicolai, pur degnissima persona da cui ho tutto da imparare, mette in bocca a Zagor che un pugno gli ha spezzato un braccio, forse l’eroe voleva dire che gli era parso per il gran dolore ma poi non gli si era davvero rotto, visto che dopo non mi pare di averlo visto ingessato quando Cico mette in acqua le barchette di carta”.

In merito all’osservazione di un forumista sulla “freddezza” della reazione di Zagor, senza una classica invettiva di stampo nolittiano, quando viene a sapere del massacro dei Mohawk, Moreno osservava:

L’apparente freddezza si può leggere come una grande cupezza.
Quando Zagor arriva non ci sono più i cadaveri, la scena del delitto è fredda, l’indignazione si trasforma in gelo nel cuore che toglie la parola.
Le invettive scattano (nelle scelte degli sceneggiatori) di fronte a un massacro appena conclusosi.
Zagor inoltre in quel frangente cerca di ragionare, e soprattutto far ragionare Tonka, perché c’è da evitare che gli animi diventino esacerbati, si tratta appunto di raffreddare gli animi invece che accenderli. Vanno individuati i veri colpevoli e si deve evitare di scatenare una vendetta cieca.
Ciò non significa che Zagor resti insensibile di fronte al massacro, anzi, comincia le sue indagini con determinazione (basti vedere come si comporta al forte)”.

A un altro forumista che notava nelle storie un uso delle didascalie sempre più rarefatto e domandava a Moreno se era una direttiva redazionale, una scelta voluta o se le didascalie erano da considerarsi ormai superate, rispondeva così, dicendo la sua anche sulla problematica del cosiddetto “spiegazionismo”:

Le didascalie dovrebbero servire per dire quello che i personaggi non possono ragionevolmente pensare o dire mentre sono sulla scena.
Per esempio, una didascalia dice "Il giorno dopo...", un’altra dice: "Nello stesso momento...", eccetera.
Ci sono poi didascalie fra virgolette che riportano pensieri o frasi pronunciate da qualcuno in momenti diversi rispetto a quello che si vede in scena, ma lasciamo perdere le eccezioni.
In circostanze normali, le dida sono la voce dell’autore e non dei personaggi.
Ma se c’è un personaggio che pensa: "Devo fare dei messaggi di fumo", mi sembra assurdo mettere una didascalia che dica: "Zagor pensa che sia meglio fare dei segnali di fumo".
Potremmo, è vero, avere una didascalia che dica: "Zagor si ferma per fare dei segnali di fumo", ma a quel punto perché mai dovrebbe essere meglio dirlo in dida piuttosto che farlo pensare a Zagor?
In fondo, i balloon dei pensieri esistono e hanno piena cittadinanza, al pari se non di più delle asettiche didascalie. Poi può darsi che ci sia chi abbia una viscerale passione per le didascalie e non tolleri invece i balloon dei pensieri, ma si tratta di gusti personali (che qualcuno potrebbe ritenere persino bizzarri) su cui non mi pare il caso di disquisire.
Ho letto di recente, in proposito, commenti molto singolari che mi lasciano davvero perplesso.
Mi piacerebbe ovviamente controbattere ma altrettanto ovviamente è giusto che ognuno abbia le proprie opinioni e le esprima, però davvero è divertente pensare che c’è chi si impunta sul fatto che Zagor non dovrebbe pensare: "Devo fare dei segnali di fumo", ma: "Ecco una bella collina dove fare dei segnali di fumo".
Davvero una differenza epocale!
Allora si potrebbe disquisire su OGNI singolo balloon, perché tutti avrebbero potuto esprimere lo stesso concetto con parole leggermente diverse.
Se io dico "buongiorno" perché mi viene da dire "buongiorno", non è che si debba stare a discutere sul fatto che avrei potuto dire "buona giornata".
Ho detto "buongiorno", e buonanotte.
Dov’è, insomma, il problema se Zagor pensa di dover fare i segnali anziché pensare che un certo colle è adatto per farli?
Se io penso che devo andare al lavoro, penso "Devo andare al lavoro", non penso "il tram 27 è un buon mezzo per andare al lavoro". E se un fumetto dovesse descrivere i miei pensieri, dovrebbe scrivere "Devo andare al lavoro".
Poi può darsi che il tram 27 sia perfetto per andare al lavoro, ma se io non l’ho pensato, e ho pensato altro, perché discuterne?
Ho pensato così e non cosà, facciamocene una ragione.
Nella vita normale capita SEMPRE di pensare: è meglio che faccia così, è meglio che faccia cosà, e poi lo si fa perché si è scelto di farlo. Dunque, perché non ci può essere un balloon dei pensieri che esprime il momento della scelta del soggetto di fare una certa cosa?
E perché non accettare che questi pensieri servano a farci entrare nella psicologia di un personaggio, a dimostrarci che ragiona sulle cose, che fa delle scelte, che sa sfruttare il territorio, che cerca di fare la cosa giusta?
E c’è anche chi sostiene che ci dovrebbero essere pagine perfettamente mute senza né didascalia né pensieri. Direi che sulle pagine di Zagor non esiste una tradizione del genere.
Sono pronto a prendermi tutte le colpe per aver fatto pensare a Zagor "devo fare i segnali di fumo", una colpa senza dubbio gravissima, ma non mi si dica che su Zagor è prassi fin dai tempi di Nolitta fare lunghe sequenze mute e che io ho rotto improvvisamente la tradizione, perché è esattamente il contrario. La tradizione è quella dei pensieri e non sono per niente frequenti le scene mute. Anzi, se ci sono troppe scene mute, lo stesso Nolitta chiede che vengano inseriti dei balloon. È qualcosa che contraddistingue il modo di raccontare di Zagor.
Ken Parker è stato un fumetto innovativo che ha progressivamente tolto prima le didascalie e poi anche i pensieri, ma Ken Parker non è Zagor, e su Zagor si usano le didascalie e soprattutto i balloon.
Ci sono poi le solite (a mio giudizio incredibili) accuse di "spiegazionismo".
Dico incredibili perché, come ho già detto altre volte, le storie dovrebbero essere criticate perché mancano le spiegazioni e quel che accade non ha senso, non quando un autore imbastisce un racconto in cui c’è una spiegazione a ciò che succede.
Per fare un esempio, se un tale (peraltro già dimostratosi crudelissimo assassino) ha massacrato di botte Zagor e sta per ucciderlo, e c’è Cico con la pistola a portata di mano che non interviene, possibile che si critichi l’autore che cerca di spiegare la circostanza facendo pensare a Cico perché non interviene, piuttosto che quello che non lo fa intervenire punto e basta, come se fosse ragionevole?
Ma tant’è. Gli "spiegazionofobi" preferiscono che qualcuno si comporti in modo assurdo piuttosto che un semplice pensiero giustifichi quel comportamento. Peraltro, non è che un pensiero rallenti l’azione: pensare è immediato, per cui non è che c’è da fermarsi per ascoltare un lungo discorso.
Se poi c’è un personaggio come Zagor che da sempre parla agli indiani cercando di convincerli nel modo che è loro caro, e quindi anche retoricamente, o con certo modo di argomentare, ecco che Zagor non deve parlare più perché se parla è "spiegazionismo", e gli indiani devono adattarsi ai ritmi dei videoclip. Se il parlare serve a prendere tempo ed è segno di astuzia, niente da fare, non bisogna parlare.
L’accusa di “spiegazionismo" mi lascia sempre molto perplesso. Non riesco bene a capire di che cosa si tratti. Forse i misteri e i nodi di una storia non dovrebbero essere sciolti, risolti e chiariti (e dunque spiegati)?
Forse si dovrebbero lasciare le domande senza risposta? Non si dovrebbe scoprire chi è il colpevole o, se anche lo si scopre, non si dovrebbe dire come e perche ha agito? Oppure si dovrebbero scrivere storie semplici e lineari che si spiegano da sole, con il rischio che sembrino pero banali e superficiali?
Personalmente apprezzo di più, come lettore, le storie in cui ci siano un minimo di intrigo, in cui capitano dei fatti misteriosi su cui si deve indagare, e mi piace scoprire poi il perché e il percome, svelare i retroscena, accorgermi di come stavano veramente le cose.
Mi piace lo svelamento in flashback di episodi del passato che sembravano inspiegabili. E dunque, come autore, cerco di scrivere le storie che poi mi piacerebbe leggere come lettore. Fra gli autori che ho sempre amato ci sono Isaac Asimov e Agatha Christie: due maestri dello "spiegazionismo", se "spiegazionismo" significa fornire spiegazioni sui misteri su cui si è indagato. Forse quel che mi si obietta è l’eccesso di spiegazioni, ma in questo caso la cosa è opinabile. Chi stabilisce che cosa è in eccesso e che cosa no?
Mi trovo a pensarci e ripensarci ogni volta che scrivo un dialogo. "È necessario spiegare questo e quest’altro?" mi chiedo. Se lascio la spiegazione significa che mi rispondo di sì. Sono convinto che se non spiegassi poi qualcuno mi accuserebbe di non aver spiegato.
Di solito capita così: in una storia in cui alcuni cadaveri venivano gettati in un pozzo e non mi sono soffermato a spiegare i dieci motivi diversi per cui poteva darsi che dopo dei mesi all’esterno non si sentisse il cattivo odore della putrefazione, subito ci sono stati quelli che criticavano la cosa. Allora che cosa devo fare? Devo spiegare ed essere accusato di "spiegazionismo", o non spiegare ed essere accusato di mancanza di spiegazioni?
La soluzione è semplice: spiego quel che mi sembra il caso di spiegare, cerco di farlo nel modo più accattivante possibile in modo da non stancare troppo, provo a scrivere quel che da lettore mi piacerebbe leggere, e poi affido il testo ai lettori, certo che qualunque cosa abbia fatto non riuscirò mai ad accontentare tutti. Mi auguro solo che se anche alcune pagine possono sembrare troppo verbose a qualcuno, il complesso della storia sia abbastanza buono da strappare se non un piccolo applauso almeno la sufficienza. Peraltro, più che ci penso più mi convinco che anche Nolitta scrivesse delle bellissime pagine di lunghi dialoghi.
Potrei inoltre citare l’esempio di pagine molto fitte di dialoghi e spiegazioni su altri fumetti di altri autori, da Nathan Never a (soprattutto) Martin Mystère (ma potrei anche allargare il campo a romanzieri verbosissimi come Stephen King). Preferisco pero chiudere la mia (spiegazionistica) risposta ammettendo che lo "spiegazionismo" corrisponde probabilmente a una mia esigenza interiore di razionalità, di chiarezza, di ordine mentale che fa parte del mio carattere, che rifugge l’irrazionalità. Sento il bisogno di trovare risposte ai tanti perché della vita, e visto che non ho la minima idea di chi sono, da dove vengo e dove sono diretto, lasciatemi almeno spiegare nei miei fumetti chi sono, da dove vengono e dove sono diretti i miei personaggi.
Aggiungo solo due particolari trascurabili: lo "spiegazionismo" delle prime quindici pagine di "Sangue Mohawk" deriva dal bisogno di dare una sacrosanta e doverosa spiegazione a tutte le assurdità presenti nel finale della precedente avventura con Robert Gray. E soprattutto, i pensieri di Cico o i discorsi di Zagor che tanto disturbano alcuni non sono i reali pensieri e i reali discorsi dei due nostri amici, ma quello che Gray pensa o ricorda che siano stati i loro pensieri e i loro discorsi.
Spiegazionista non sono io, ma il cervello dell' "alchimista"”.

Ancora in merito al “revisionismo” e allo “spiegazionismo”:

Il finale della prima storia con Robert Gray è il festival delle cose strane.
Potrei trovare strano anche il fatto (visto precedentemente) che una corda d’acciaio "sparata" da un bastone, semplicemente conficcata con un uncino in un tronco e tesa fra degli alberi, faccia cadere dei cavalli e decapiti un uomo, e poi venga tolta da Zagor semplicemente tirandola con due dita, ma concentriamoci sulle pagine da 70 a 79 dell’albo La rivolta dei Mohawk.
Cominciamo con la morte di Mano Ferma.
Qualcuno sa perché il capo dei Mohawk non sia Tonka?
Mi sono preoccupato di spiegarlo, e mi si scusi l’ardire.
Robert Gray poi dà un pugno sull’avambraccio sinistro di Zagor (vignetta 1 di pagina 71) e Zagor dice che gli ha rotto il braccio, tenendosi un punto vistosamente più in alto rispetto a quello del colpo.
Ma diamo per scontato che Donatelli abbia disegnato troppo in basso un colpo che, secondo Nicolai, doveva essere stato inferto al braccio. Zagor pensa, chiaramente: "Mi ha spezzato il braccio!". Dunque il nostro eroe ha il braccio sinistro rotto. Ora, a parte il dolore, avere il braccio sinistro rotto significa che difficilmente uno torna a fare quello che faceva prima, soprattutto in un’epoca senza cliniche ortopediche. È incredibile pensare che Zagor possa tornare a dare pugni, sollevare pesi, volare di ramo in ramo, con i postumi di una frattura al braccio non curata con tecniche moderne. Ma ovviamente, sospendiamo l’incredulità. È chiaro però che è più ragionevole pensare che Zagor abbia sentito un così forte dolore da ritenere per un momento che il braccio possa essersi rotto ma poi per fortuna così non è stato. Mi domando perché il cercare di spiegare questo sia revisionismo o spiegazionismo, ma tant’è. Andiamo avanti.
Zagor ha il braccio sinistro rotto: lo direste mai, vedendo come si appoggia a terra nella vignetta 1 o nella 2 di tavola 73? E ci sono forse segni di sofferenza o di ingessatura nel finale a tavola 79?
Tutto depone in favore dell’ipotesi che in realtà il braccio non si sia rotto, ma che Zagor ne abbia solo avuto l’impressione. Mi pare che spiegarlo con un "quasi" come ho fatto io ("Mi ha QUASI spezzato un braccio") sia il minore dei mali. Invece noto che per alcuni anche un "quasi" è eccesso di revisionismo e di spiegazionismo.
Parliamo ora del piano di Robert Gray di avvelenare "la sorgente d'acqua" da cui attingono i soldati di Fort Brendon (misteriosamente cambiato in Fort Benton dallo sceneggiatore). Quel che si vede, là dove Gray cerca di rovesciare il suo veleno, è però un fiume impetuoso. Non una sorgente. È un fiume impetuoso quello che porta via Gray a pagina 78. E si parla di fiume nei dialoghi di pagina 79, un fiume tanto impetuoso che "nemmeno con il cavallo più veloce" si potrebbe batterne la corrente. Dunque, acqua fluviale che scorre a pieno regime. E si pensa di avvelenare un fiume con il contenuto di un’anfora? E se anche l’anfora contenesse del veleno potentissimo, l’acqua non lo diluirebbe prima e non lo porterebbe via poi in tutta velocità? Come si può pensare infine che i soldati attingano proprio mentre passa il veleno?
È logico che Gray abbia pensato piuttosto di avvelenare il pozzo da cui attingono a Fort Brendon, e che l’anfora non sia in riva al fiume per esservi rovesciata dentro ma solo in attesa di essere trasportata a valle dallo stesso "alchimista", fino appunto al pozzo dentro il recinto del Forte, grazie a un suo stratagemma per entrare all’interno della palizzata.
Anche questo ho cercato di spiegarlo.
E che dire di Cico che non usa mai la pistola che pure impugna chiaramente a pagina 70? È logico che non intervenga mai mentre Zagor viene pestato a sangue e minacciato di morte? È sbagliato cercare di giustificarne il comportamento?
A mio avviso è anzi indispensabile.
Mi si perdoni se lo scrupolo di dare una simile spiegazione può aver disturbato chi non tollera i balloon dei pensieri.
Ed è giusto mostrare Zagor che spara a un uomo disarmato o armato di armi bianche? E che gli spari tranquillamente a tutte e due le braccia?
Come minimo si deve cercare di capire come possa convincersi e convincere gli spettatori che quel che fa è giustificato.
Perché, già, le spiegazioni che Zagor si dà a voce alta servono soprattutto a convincere i pellerossa, che fino a poco prima erano alleati con l' "alchimista".
E che dire di Zagor che rincorre il suo terribile avversario, che scappa a gambe levate sparandogli come nelle gag di Cico per costringerlo a gettarsi in acqua? Perché Zagor deve desiderare che Gray si butti nel fiume? Eppure è esattamente quello che egli vuole da quanto si deduce dai dialoghi di pagina 75. Capisco che sono dialoghi non spiegazionistici e dunque apprezzabilissimi, però scusatemi ma la mia razionalità mi impone di cercare di immaginare il perché di tutto questo e, se possibile, illustrare agli altri le mie conclusioni”.

Da ultimo, alla domanda se fosse stata sua o di Chiarolla l’idea di dare al personaggio del soldato che nasconde Cico i connotati di Bud Spencer, Moreno rispondeva:

È andata così: ho scritto che il soldato doveva avere una barba "alla Bud Spencer", e Chiarolla si è divertito a fare Bud Spencer direttamente. Tutto questo non ha alcun rapporto con la storia, ovviamente”.